Dollaro in altalena

EurUsd (PC: 1,0523)


Nuovo tentativo di allungo rialzista per il biglietto verde, che supera marginalmente il precedente massimo contro euro del 20 dicembre a 1,0352, toccando un nuovo picco il 3 gennaio a 1,0340. Sul finire d'ottava l'EurUsd si riporta poi verso 1,0620 per poi ritracciare verso 1,0520.

Il bilancio finale è quello di un EurUsd sempre sui livelli di stallo delle ultime settimane, a ridosso di 1,0500. Il dollaro si trova sui massimi del 2003, dopo che l'eurusd ha violato il precedente minimo del 16 marzo 2015 a 1,0457, senza fornire segnali chiari di esaurimento della cavalcata post-elettorale partita da quota 1,1300.


Sembra probabile che la fase di assestamento sui livelli correnti, poco al di sopra o poco al di sotto, possa proseguire ancora. La pausa di assestamento in atto appare del tutto fisiologica, senza escludere possibili tentativi di rimbalzo tecnico verso 1,0700-1,0800. Un segnale di maggiore forza per l'euro si avrebbe però solo al superamento della forte resistenza a 1,0800 (prematuro), con conferma al di sopra di 1,0875.


Il trend dominante di EurUsd, che rimane impostato al ribasso, riprenderebbe solo alla violazione dei minimi a ridosso di 1,0340/0350 (al momento poco probabile), con obiettivo 1,0250 ed estensioni (al momento improbabili) verso la parità. Per le prossime settimane la resistenza a 1,1000 non dovrà essere superata, per conservare un'impostazione favorevole al biglietto verde. 
Strategicamente il dolltaro USA rimane forte, con possibili movimenti nei mesi a venire verso il grande obiettivo, anche psicologico, del macro movimento ribassista di EurUsd, tsviluppatosi a partire dallo scoppio della crisi finanziaria nell'estate 2008: la parità; senza escludere livelli anche inferiori. 


La divergenza tra le politiche monetarie della Fed, da un lato, e della Bce, dell'altro, rimane un fattore a favore del dollaro. La Fed ha ipotizzato di proseguire con altri 3 rialzi nel corso del 2017, anche se è pur vero che un anno orsono aveva prospettato 4 rialzi per il 2016 e poi si è limitata a farne uno soltanto, lo scorso 14 dicembre per un misero 0,25%. Se pensiamo poi che negli ultimi 10 anni il rialzo complessivo è stato dello 0,50%, partendo da tassi a zero (la cosiddetta ZIRP, zero interest rate policy) e che il Bilancio Fed rimane stabile da due anni sui picchi a ridosso di 4500 miliardi di dollari, si comprende bene come il contesto della politica monetaria Usa rimanga decisamente espansivo. I timidi rialzi che la Fed sta ipotizzando servirebbero solo a ridurre in parte una situazione che rimane strutturalmente squilibrata, ma come del resto capita anche nel resto dei Paesi sviluppati, a partire dai tassi negativi del Giappone ai tassi schiacciati verso lo zero nell'area euro. E la modalità con cui le Banche Centrali, in tutto il mondo, hanno deciso di gestire l'enorme mole dei debiti pubblici fuori controllo in un contesto economico stagnante: tassi bassi ed inflazione, negli auspici, in risalita verso il 2%, in modo che rendimenti reali negativi abbattano il valore reale dei debiti. In tale contesto generalizzato di tassi bassi, la Bce risulta comunque tendenzialmente più espansiva della Fed e questo aspetto gioca a favore del biglietto verde contro euro.


La forza del dollaro è confermata anche dal notevole recupero post-elettorale contro lo yen (balzo da 101 a 118,65), oltre che dal fatto che il dollaro si stia rafforzando contestualmente al buon andamento del mercato azionario (il Dow Jones è ad un passo da quota 20000, +14% circa nel 2016).

OPERATIVAMENTE: è opportuno mantenere posizioni lunghe strategiche sul Dollaro, valutando alleggerimenti in ottica tattica sui livelli correnti.

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