Dopo tre mesi incerti, i grandi gestori investono così


Cedole & dividendi

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Il primo trimestre del 2017 non è stato di certo facile per il “capital management”. Inutile ripercorrere però le vicende di ieri. Meglio guardare al domani! Come stanno modificando le proprie strategie i grandi gestori? Per ora non hanno corretto il tiro, sebbene la variabile dei rendimenti obbligazionari sia un po’ impazzita. Fino a qualche settimana fa sembrava inevitabile la fine del trend ribassista, durato per lunghissimo tempo. Poi qualche incertezza, che potrebbe proseguire fino all’estate. Per capire quali sono le scelte più frequenti da parte degli “asset manager” abbiamo passato al setaccio molti loro report, allo scopo di sintetizzarne le strategie per i prossimi trimestri. Il tutto è stato inglobato in una classifica, allo scopo di facilitarne la lettura.

Al primo posto

Vincono le azioni dei Paesi emergenti (con l’esclusione dei grandi mercati asiatici), che hanno già brillato nella seconda parte del 2016, nonché tutto quanto ha a che fare con il petrolio: sia la materia prima (mediante i diversi strumenti operativi) sia l’azionario del comparto, seppur con una selezione di titoli, fra cui riemergono alcuni dello “shale oil” Usa, pur dopo una correzione di breve/medio termine.

Al secondo posto

Altro che “bomba” bond! Subito dietro si piazzano infatti ben quattro categorie obbligazionarie: Paesi emergenti in valute locali e in valuta forte (Usd), cui si aggiungono “high yield” in euro e in dollari. I rendimenti per questi ultimi risultano molto compressi, ma i gestori puntano alla volatilità dei mercati e quindi a entrare su fasi di debolezza delle quotazioni. L’impatto di un rialzo dei tassi Fed non fa comunque paura per gli effetti indiretti che potrebbe avere sul credito a più forte rendimento. Si spera che possa essere compensato da un dollaro vivace.

Al terzo posto

Pochi gestori collocano in testa alle loro selezioni di asset tutto quanto è correlato con l’inflazione. I relativi bond e l’oro (che con il rialzo del costo della vita ha legami stretti) si installano infatti al terzo gradino. Di fatto non si nota una preferenza fra “inflation” europei o statunitensi, anche perché – giustamente – molti gestori credono che l’impatto sarà “worldwide”. Meglio quindi essere globalizzati! Alcuni inseriscono sul gradino meno alto del podio pure l’azionario europeo, con tanti distinguo. C’è chi raccomanda le “big” tedesche e francesi (dopo le elezioni) e chi i titoli italiani, soprattutto di media capitalizzazione. L’unanimità comincia però su questo fronte a sfaldarsi. Si ricompatta nei confronti delle “high dividend”, perché la strategia “buy and hold” (compra e tieni per incassare la distribuzione di profitti) comincia a essere riapprezzata dopo anni di giudizi sfavorevoli.

Al quarto posto

Se alcune categorie di azionario europeo trovano chi le premia preferendole ad altre tipologie di investimenti e le situa in quello che abbiamo indicato come terzo posto della classifica, subito dietro (ma fuori dal podio) si verifica un generale apprezzamento appunto per tutte le “shares” di Unione europea e Gran Bretagna (grazie a una possibile accentuata debolezza della sterlina), mentre pochi vi fanno rientrare quelle giapponesi.

Al quinto posto

Qui scivoliamo. Si entra infatti in un mondo di asset su cui collocarsi diventa più rischioso. Comprende soprattutto obbligazioni “investment grade” europee e Usa nonché titoli di Stato Usa e inglesi, cioè tutto quanto ha quotazioni oggi troppo elevate e potenzialmente destinato a scendere non di poco nella seconda parte dell’anno. In tale ambito si può realmente parlare di “bomba” bond. Non piace nemmeno l’azionario dei big asiatici, perché le politiche commerciali Usa impatteranno proprio sulle “big companies” di Cina e dintorni.

Al sesto posto

Non va all’ultimo posto della classifica, ma poco ci manca. L’azionario Usa è a rischio per tanti fattori: quotazioni troppo elevate, utili in compressione e il rischio Trump, per ora non contemplato dai mercati. Domanda inevitabile: se Wall Street scende perché l’azionario europeo si situa comunque al quarto posto nella classifica? Alcuni gestori ritengono che se il cosiddetto “decoupling” (disaccoppiamento) – tanto temuto nell’ambito obbligazionario fra Usa ed Europa – non si è ancora realizzato in tale contesto, potrebbe invece manifestarsi con forza nell’azionario. Anche perché i margini di crescita dei profitti delle “corporate” dell’area euro appaiono interessanti.

Fuori classifica…

Potremmo collocarlo al settimo posto, comunque ultimo. Invece lo schediamo con un ben più umiliante “squalificato”: è l’obbligazionario di Stato europeo. Tutti d’accordo: c’è una sola scelta: vendere, vendere…(se non si è già fatto).

E sul più lungo termine

Piacciono le materie prime, su cui si consiglia di prendere progressivamente posizione. Potrebbero essere una piacevole sorpresa dal 2018 in poi. Inutile chiedere su quali puntare. Per ora il giudizio resta indistinto.

Hanno ragione o torto? La risposta fra qualche mese.

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