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Ancoraggio a 7000 di S&P, un bias da esplorare


Il cervello a volte ragiona male a causa dei bias cognitivi: quei costrutti fondati, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, o su stereotipi e ideologie. Sono pregiudizi mentali inconsci che possono influenzare la nostra capacità di prendere decisioni logiche e razionali. Impattano sul modo in cui pensiamo, giudichiamo, decidiamo e vediamo il mondo influenzando le nostre opinioni su argomenti importanti, come la politica o la religione, e anche scelte più banali come quali prodotti acquistare o quali film guardare. Sono particolari euristiche usate per esprimere dei giudizi su cose mai viste o di cui non si è mai avuto esperienza. “L'abitudine è l'abitudine, e non deve essere gettata fuori dalla finestra da nessuno; ma persuasa a scendere le scale un gradino alla volta.” M Twain

Il cervello è fatto per risparmiare tempo ed energia, mantenere coerenza interna, ridurre l’incertezza; prediligere la ripetitività e gli schemi automatici di pensiero e di comportamento. Poco gli importa di prendere le decisioni che ci rendano felici: l’importante è che siano decisioni “economiche”, “giuste” anche se non lo sono. Il suo fine è di farci sentire più sicuri, anche nell’ambito di mercati dinamici, probabilistici e non lineari. “L’enorme carico di tradizioni, abitudini e costumi che occupa la maggior parte del nostro cervello zavorra impietosamente le idee più brillanti e innovative” J Saramago

Ecco che il conflitto tra queste due realtà genera errori sistematici. Molto diffuso è l’effetto ancoraggio, un bias scoperto dal nobel Kahneman che ha cambiato pelle al marketing. Quando prendiamo una decisione tendiamo a confrontare solo un insieme limitato di elementi: l’errore è quello di ancorarsi, cioè fissarsi su un valore che viene poi usato, arbitrariamente, in modo comparativo, cioè come termine di paragone per le valutazioni, invece che basarsi sul valore assoluto.

Ad esempio un agente immobiliare sa benissimo che, se mette in testa una cifra alta al venditore, successivamente, le offerte più basse dei potenziali acquirenti possono sembrare troppo piccole a confronto; anche se oggettivamente ragionevoli rispetto ai prezzi di mercato.

Presenterà invece all’acquirente degli immobili simili con prezzi più elevati, facendo percepire il prezzo della casa di interesse come molto più ragionevole a confronto. L’esempio di una casa il cui prezzo è percepito come basso dopo uno sconto da 1.000 a 700 euro, rispetto a un’altra il cui prezzo è percepito come alto dopo un aumento da 500 a 700 euro, illustra perfettamente il potere della prima informazione ovvero dell’ancora. L’ancoraggio a un certo dato o fatto ci rende non solo ciechi ma a volte addirittura ostili a nuovi fatti e idee che mettono in discussione il nostro punto di riferimento: ci rende avversi al cambiamento.

Ecco un esempio che riguarda la finanza comportamentale. A Paolo e Francesca viene chiesto: quanti stati ci sono negli USA? Ma a Paolo si chiede se sono più o meno di 10 mentre a Francesca se sono più o meno di 70. Pertanto il numero di Paolo sarà più basso perché si ancorerà a 10 mentre quello di Francesca sarà più alto dal momento che sarà 70 a fare da ancora. Questo bias pesa anche nel campo degli investimenti, basti pensare al “punto fermo” del mattone: sinonimo di sicurezza e solidità. Laddove, dopo alcuni decenni, la demografia è cambiata verso una riduzione della domanda, l’offerta è aumentata e le tasse sono aumentate in maniera esponenziale.

Possiamo avere l’idea che il rialzo dello S&P 500 sia trainato solo da poche big tech oppure che un bull market “anziano” debba necessariamente finire al quarto anno. L’ancora può essere un prezzo storico:“questa azione valeva 100…”, oppure “ il mio portafoglio era di 100…”. Una narrativa: “le tech sono sopravvalutate”, un riferimento passato “crisi 2007, tensione nel credito, nuova crisi”. Gli Orsi sono ancorati a: “è tutto sopravvalutato”. I Tori invece a: “la Fed ci sostiene sempre”. Entrambi possono ignorare segnali contrari.

Anche i dati macro PIL, PMI, sussidi, deflattore PCE possono diventare ancore interpretative: si selezionano solo quelli che confermano la tesi iniziale. E qui si cade nel “peccato” del confirmation bias cioè la tendenza a cercare conferme della propria opinione e a respingere dati contrari.

Impariamo allora a difenderci separando ad esempio i dati, “+3% di PIL”, dalle interpretazioni “non può esserci un bear market”. Chiedersi sempre: “qual è la mia ancora? Se partissi da zero, la valutazione sarebbe la stessa?
“Se questa scelta si rivelasse sbagliata tra 12 mesi, perché lo sarebbe?”.

Usare range, non punti fissi. Evitare: “questo titolo deve tornare a 100” ma ragionare in scenari probabilistici. Cercare attivamente opinioni opposte non per cambiare idea automaticamente, ma per testarne la robustezza. Discutere delle proprie opinioni con altri, in modo da ricevere feedback e confrontarsi con altri punti di vista, per scoprire nuove soluzioni e forse imparare ad accettare i propri limiti.

Il cervello, con i suoi bias, cerca sicurezza nella complessità, soprattutto in questo 2026 che presenta recessioni a rotazione, e bear market a rotazione. In finanza come nella vita, la differenza non la fa l’assenza di errori cognitivi, che appartengono alla natura umana, ma la capacità di riconoscerli prima che guidino le nostre decisioni al posto nostro. “Se pensi che l’avventura sia pericolosa, prova la routine. È letale” P Coelho

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