Come la scorsa settimana, facciamo un approfondimento su un titolo che ha rappresentato una profonda delusione all’interno della rubrica:
Come noto, FEVER TREE, pur essendo una realtà di dimensioni contenute, rappresenta da anni un riferimento nel segmento dei mixer premium. Il gruppo ha costruito il proprio posizionamento sulla qualità degli ingredienti, sulla forza del brand e sull’abbinamento con spirits di fascia alta, evitando la competizione sul prezzo e concentrandosi su una nicchia a maggior valore aggiunto.
Nonostante ciò, il titolo è stato tra i più deludenti della nostra rubrica negli ultimi esercizi, penalizzato dal rallentamento del canale on-trade, dalla normalizzazione dei consumi post-pandemia e, più di recente, dalla profonda riorganizzazione del business statunitense. Una fase che ha inciso sulla visibilità degli utili e sulla percezione del mercato.
Il business resta focalizzato su toniche, ginger beer e cocktail mixer premium, con una presenza ormai globale. Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di sviluppo, seguiti da Regno Unito, Europa e Resto del mondo, dove il brand continua a beneficiare della diffusione dei consumi premium, pur in un contesto macro meno favorevole.
Il 29 gennaio FEVER TREE pubblicherà i dati preliminari del FY 2025, appuntamento atteso per valutare se la fase di transizione stia lasciando spazio a una maggiore stabilità operativa. In attesa di questo aggiornamento, analizziamo i risultati del primo semestre e le scelte strategiche più recenti per capire se nel 2026 possano emergere i presupposti per un ritorno verso livelli di redditività e valutazione più coerenti con il passato.
RICAVI H1 DI FEVER TREE:
Nel primo semestre 2025 FEVER TREE registra ricavi del brand principale in crescita del 2% a cambi costanti, per £ 171 mln.
Un dato che, isolato, può apparire modesto, ma che va letto alla luce della profonda riorganizzazione in corso negli Stati Uniti, mercato chiave del gruppo, avviata con la partnership strategica siglata a gennaio con Molson Coors.
La dinamica geografica resta disomogenea.
Negli USA i ricavi crescono del 6% a cambi costanti, segnale incoraggiante: il brand mantiene trazione commerciale nonostante il passaggio alla nuova rete distributiva. Un risultato tutt’altro che scontato, considerando le frizioni operative tipiche di una fase di transizione.
Il Regno Unito registra un calo del 6%, penalizzato dalla debolezza del canale on-trade e dal ridimensionamento strutturale del consumo di gin.
L’Europa appare sostanzialmente stabile, ma con una crescita sottostante del 2% nelle depletions, mentre il Resto del mondo accelera al +17%, trainato soprattutto da Australia e Canada.
Sul piano strutturale continua il riequilibrio del mix: i prodotti non-tonic rappresentano ormai il 45% dei ricavi, con una crescita media annua del 16% negli ultimi tre anni. Un’evoluzione che amplia le occasioni di consumo e riduce la dipendenza da una singola categoria.
ANALISI DELLA MARGINALITÀ DI FEVER TREE:
L’EBITDA rettificato cresce dell’1% a £ 18,4 mln, con un margine in lieve miglioramento di 20 punti base al 10,7%. Un progresso contenuto, ma significativo se rapportato ai costi della ristrutturazione del business statunitense.
La nuova segmentazione introdotta dopo l’accordo con Molson Coors rende il quadro più leggibile.
Negli USA, il margine EBITDA scende all’8,1% dal 14,8% del primo semestre 2024. La contrazione riflette sia inefficienze transitorie sia la condivisione degli utili con il partner industriale.
Nel resto del gruppo, il margine sale al 23,8% (dal 18,4%), sostenuto da miglioramenti operativi e da un ciclo delle scorte favorevole.
I costi centrali risultano in aumento per investimenti in personale, ma sono destinati a ridursi in rapporto ai ricavi nel medio periodo.
Il gross margin perde comparabilità storica a causa del nuovo modello USA, che combina royalty ad alto margine e vendite di ingredienti a costo. In questo contesto, l’EBITDA rettificato resta l’indicatore più rappresentativo della performance operativa.
CASH FLOW DI FEVER TREE:
La liquidità netta sale a £ 130 mln, quasi raddoppiando su base annua. Il miglioramento è riconducibile a due fattori principali.
Da un lato, una significativa riduzione del capitale circolante, sceso al 16,7% dei ricavi dal 26,7%, grazie a efficienze operative e al trasferimento di crediti e scorte USA a Molson Coors.
Dall’altro, gli inflow legati alla transazione, inclusa la vendita della sussidiaria statunitense per £ 23,9 mln.
Il cash flow operativo è pari a £ 12,1 mln, circa il 66% dell’EBITDA, dato che non incorpora ancora pienamente l’impatto cassa del passaggio delle attività USA.
La solidità finanziaria consente al gruppo di incrementare il dividendo intermedio del 2% a 5,97 pence e di estendere il programma di buyback con ulteriori £ 30 mln nel 2026, dopo i £ 100 mln previsti per il 2025.
OUTLOOK:
Il management conferma le attese per l’intero esercizio, con ricavi già in crescita del 4% a cambi costanti nei primi mesi del secondo semestre.
La transizione USA proseguirà nel H2, con il completamento del passaggio alla rete Molson Coors. Nel medio termine è previsto l’avvio della produzione locale, destinata a ridurre costi, rischi doganali e volatilità operativa.
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare strutturalmente la qualità degli utili e la generazione di cassa, anche a fronte di una crescita dei ricavi meno appariscente nel breve periodo.
CAMBIO STRATEGICO:
L’accordo con Molson Coors non è un semplice cambio di distributore, ma una ristrutturazione profonda del modello operativo di FEVER TREE nel suo mercato più importante.
Fino a gennaio 2025 il gruppo gestiva direttamente vendite, logistica e capitale circolante negli Stati Uniti. Un modello che garantiva controllo e margini, ma che richiedeva risorse crescenti. Con la transazione, FEVER TREE ha ceduto le attività operative “a terra”, vendendo la sussidiaria USA, ma ha mantenuto il controllo del brand e della strategia.
Il trade-off è evidente: meno margine nel breve termine, con l’EBITDA USA sceso dall’area del 15% a poco più dell’8%, in cambio di scala, competenza industriale e riduzione del rischio. Molson Coors mette a disposizione una rete distributiva capillare, potere d’acquisto e investimenti marketing, mentre FEVER TREE contribuisce con il brand e il posizionamento premium.
Nel periodo 2026–2030 la produzione verrà progressivamente localizzata negli Stati Uniti, eliminando i dazi e riducendo la volatilità dei costi. In parallelo, il marketing sarà finanziato dal partner. Il risultato è un modello asset-light puro: FEVER TREE rinuncia alla gestione operativa diretta, ma ottiene visibilità sugli utili, minore assorbimento di capitale e maggiore prevedibilità dei flussi di cassa.
IL GRAFICO DI FEVER TREE:
Le quotazioni del titolo si trovano in una zona che in passato ha spesso agito da solido supporto. Il superamento di questo livello, insieme alla rottura della media mobile a 200 settimane, rappresenta una condizione fondamentale per poter rilanciare l’uptrend.
RIFLESSIONI:
La partnership con Molson Coors segna un passaggio chiave: FEVER TREE accetta di sacrificare parte del margine immediato per costruire un modello più resiliente e prevedibile. La diversificazione del portafoglio conferma che il gruppo non è più soltanto un produttore di tonic, ma un brand premium di mixology con applicazioni trasversali tra alcolici e soft drink.
La sfida resta esecutiva: completare la transizione USA senza perdere slancio commerciale. Tuttavia, il bilancio rafforzato, la visibilità sugli utili e la crescente generazione di cassa forniscono un margine di sicurezza rilevante. In un contesto di trasformazione strategica, non è poco.
Il 2026 sarà il primo vero banco di prova per capire se questo cambio di paradigma potrà tradursi in un ritorno verso livelli di redditività e valutazione più coerenti con la storia del gruppo.
A livello di multipli, dal grafico che segue, si nota che l’andamento negativo del titolo è stato accompagnato da un progressivo deterioramento dei fondamentali. Ai livelli attuali, FEVER TREE presenta multipli inferiori alla sua media storica ma assolutamente non compressi.
Occorre valutare con grande attenzione l’evoluzione del 2026 per capire se la svolta strategica prospettata dal management si sarà concretizzata.
RIEPILOGO DELLE SEGNALAZIONI:
PORTAFOGLIO TOTAL RETURN:
Francesco Norcini è un investitore privato che detiene le azioni oggetto dei suoi articoli creando in questo modo un potenziale conflitto di interesse con i lettori.
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