No bias please. Psicologia, emozioni, esperienze passate, contesto e convinzioni personali influenzano le decisioni finanziarie, pertanto l’investitore non fa scelte perfettamente razionali ma commette sistematicamente degli errori. Quindi di fronte ai freddi e distaccati segnali dei modelli quantitativi, capaci di elaborare una quantità di variabili immensamente superiore a quella gestibile dal cervello umano, può scattare un blocco mentale. E fatalmente si reputa migliore la rinuncia ad un buon ingresso sui mercati piuttosto che seguire le indicazioni con il terrore di perdere.
È il noto bias dell’avversione alla perdita, concetto cardine della finanza comportamentale: il dolore psicologico di una perdita è significativamente più intenso del piacere di un guadagno equivalente. Questa avversione è così forte che una perdita può pesare fino a 2,5 volte più di un guadagno della stessa entità nella memoria e nelle scelte di un investitore. Certi ricordi sono fortissimi anche dopo vari lustri: “ con Tiscali ho perso il x%”. Di conseguenza, molti preferiscono evitare il dispiacere derivante da una decisione sbagliata e scelgono soluzioni che minimizzano il rimpianto, anziché quelle oggettivamente più efficienti.
Oppure si vivacchia nel: “non saprei, per ora lascio tutto com’è”. Succubi del bias dello status quo che porta a preferire la situazione attuale, anche quando alternative migliori sono disponibili. Si subisce il principio di conservazione: ciò che è familiare appare più sicuro, mentre il cambiamento viene percepito come rischioso o faticoso. Condivisibile dal punto di vista evolutivo ma in ambito finanziario tale bias può comportare perdite economiche, inefficienze e rallentamenti nel raggiungimento degli obiettivi personali. “Nessun problema può essere risolto congelandolo” W Churchill.
Sulla stessa scia si vendono troppo presto i titoli in profitto per “cristallizzare” il successo mantenendo troppo a lungo quelli in perdita per non dover ammettere l’errore. Come osserva R Thaler, gli investitori prediligono spesso scelte “difendibili”, così da ridurre il senso di responsabilità in caso di esito negativo. Per i venditori questo bias è la ragione principale per cui si oppongono a ridurre il prezzo di vendita in quanto abbassare il prezzo è percepito come una “perdita” di valore, anche se ciò porta a un guadagno complessivo in termini di velocità di vendita e liquidità. “Non aver paura di perdere ciò che non possiedi ancora” P Coelho.
Sempre in agguato c’è l’effetto gregge: la tendenza a seguire il comportamento della maggioranza per ridurre lo sforzo cognitivo e alleggerire il peso emotivo della decisione. Si evita la fatica di analizzare tutte le variabili di uno scenario cedendo alla semplificazione ed all’emotività. Se sbagliano tutti, il rimpianto sembra più sopportabile; sbagliare da soli, invece, amplifica il disagio. In fin dei conti si copia anche per la cosiddetta FOMO, la paura di perdere un’occasione di acquisto. Il medesimo meccanismo, alimentato dal panico, agisce nelle fasi di ribasso: se tutti vendono, si vende.
Il fondamento della disciplina finanziaria risiede nella valutazione delle decisioni sulla base della qualità del processo, non esclusivamente dell’esito finale. Un singolo risultato, positivo o negativo che sia, può essere influenzato da componenti casuali; ciò che determina il successo nel tempo è invece la solidità, la coerenza e la replicabilità del metodo adottato.
Un approccio quantitativo e rigoroso consente di gestire gli investimenti secondo criteri oggettivi, verificabili e statisticamente affidabili. L’adozione di un modello riduce l’interferenza emotiva, definisce regole chiare di ingresso e di uscita, limita la discrezionalità e promuove una diversificazione sistematica. In questo modo, l’investitore si affida a un processo razionale, misurabile e disciplinato, accrescendo la probabilità di conseguire risultati sostenibili e coerenti nel tempo.
Le opinioni e le interviste riflettono spesso l’umore del momento più che una struttura analitica coerente. Al contrario i modelli forniscono indicazioni operative fondate su dati. Ad esempio nell’aprile 2025 soltanto il 25% degli "esperti" di mercato erano toro mentre gli algoritmi suonavano la carica. Bene, allora atteniamoci a queste indicazioni che ancora segnalano semaforo verde con un’esposizione azionaria intorno al 70%.
È vero: all’orizzonte si intravede la formazione di perturbazioni ed il navigatore segnala curve. La radio ricorda la crisi del Private Equity, dell’AI, dell’IRAN; seguita dall’intervista giornaliera al guru ma un buon conducente non frena in rettilineo per timore di lontani tornanti, mantiene invece la direzione finché le condizioni lo consentono, pronto ad intervenire quando i segnali lo richiedono. Disciplina non significa rigidità cieca ma metodo, controllo del rischio e capacità di adattamento. Quindi piede vicino al freno, ma acceleratore premuto finché la strada è diritta.







