Cari lettori,
la settimana scorsa abbiamo parlato di tensioni, di attacchi, di mercati che tengano nonostante tutto. Oggi dobbiamo fare un passo in più. Dobbiamo guardare nello specchio e chiederci: cosa succede se?
Cosa succede se la situazione degenera davvero?
Perché finora abbiamo assistito a una guerra "a freddo", fatta di droni abbattuti e risposte misurate. Ma se gli Houthi yemeniti, le milizie irachene e gli altri proxy dell'asse della Resistenza decidessero di entrare in campo in massa, lo scenario cambierebbe radicalmente. E non parliamo di una semplice impennata del petrolio. Parliamo di una crisi energetica, migratoria e valutaria di portata storica.
Lo Stretto di Hormuz: il collo di bottiglia del mondo
Lo Stretto di Hormuz non è un semplice punto sulla mappa. È il passaggio obbligato per circa il 20-30% del petrolio mondiale e un terzo del GNL liquefatto. Ogni giorno, 21 milioni di barili attraversano quelle acque.
L'Iran ha già minacciato più volte di chiuderlo. Finora sono state parole. Ma se Teheran dovesse sentirsi con le spalle al muro, l'opzione militare diventerebbe concreta. E attenzione: non parliamo di una chiusura totale impossibile da mantenere a lungo, ma basterebbe minare le rotte, attaccare una petroliera, simulare un blocco navale per far schizzare le assicurazioni marittime alle stelle e bloccare di fatto i transiti.
Il risultato? Prezzo del petrolio a 120, 150, 200 dollari al barile. E per l'Europa, che importa la stragrande maggioranza del proprio fabbisogno, sarebbe un colpo mortale. Le nostre economie, già asfittiche, si fermerebbero. Le imprese chiuderebbero. Il razionamento del carburante diventerebbe una possibilità concreta.
L'Europa tra due fuochi: niente gas e niente petrolio
Per l'Europa, la tempesta perfetta. Da una parte, la dipendenza dal petrolio mediorientale è ancora altissima. Dall'altra, il gas naturale liquefatto che arriva via nave (Qatar in testa) passa proprio da quelle rotte. Un blocco significherebbe non solo code ai distributori, ma anche industrie ferme e riscaldamento ridotto all'osso.
E poi c'è il fronte migratorio. Una crisi umanitaria in Iran, Iraq e Yemen, con milioni di persone in fuga dalla guerra e dalla fame, significherebbe una pressione sui confini europei mai vista prima. I numeri del 2015, con il milione di siriani, diventerebbero un ricordo lontano. Parliamo di decine di milioni di persone in movimento. L'Italia, ancora una volta, sarebbe il primo approdo.
Il grande gioco: Cina e Russia
E qui entrano in gioco i pezzi da novanta. La Cina oggi importa dall'Iran circa l'80% del proprio petrolio a basso costo, spesso eludendo le sanzioni con pagamenti in yuan. Per Pechino, l'Iran non è solo un alleato geopolitico, è una fonte di approvvigionamento strategica che garantisce la sopravvivenza della propria macchina industriale.
Se scoppiasse una crisi generalizzata, la Cina avrebbe tutto l'interesse a sostenere l'Iran, politicamente e finanziariamente. Non con truppe, ma con armi, intelligence e copertura diplomatica in Consiglio di Sicurezza. E forse anche con la propria marina, già presente nel Golfo con esercitazioni congiunte.
La Russia, dal canto suo, giocherebbe la carta del caos. Con il petrolio a 150 dollari, per Mosca, una crisi in Medioriente significa distrarre l'attenzione dall'Ucraina, indebolire l'Europa e alzare il prezzo della propria energia. Sosterrebbe Teheran con tecnologia militare avanzata (droni, sistemi di difesa aerea) e disinformazione.
In pratica, si creerebbe un asse alternativo Cina-Russia-Iran capace di sfidare apertamente l'ordine americano.
Il pericolo per il dollaro: la fine di un'era?
E qui arriviamo al punto più delicato: il dollaro. Perché se Cina e Russia spingono l'Iran a vendere il proprio petrolio in yuan, rubli o criptovalute, il sistema del petrodollaro, su cui si regge la supremazia americana dal 1971, inizia a scricchiolare.
Oggi il mondo commercia petrolio in dollari perché così è sempre stato. Ma se un blocco alternativo dimostra che si può fare diversamente, la domanda di dollari cala. E se cala la domanda di dollari, cala il valore del debito americano. E se cala il valore del debito, gli Stati Uniti non possono più permettersi di stampare moneta e fare deficit senza conseguenze.
Per Washington, una guerra in Medioriente non è solo un problema militare. È un problema esistenziale per la propria egemonia finanziaria.
Cosa significa per i nostri portafogli:
Torniamo a noi, ai numeri, ai grafici. In uno scenario del genere:
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Petrolio: I 100 dollari potrebbero diventare un ricordo. Si guarda a 150, poi a 200.
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Bitcoin e crypto: inizialmente venduti come asset rischiosi, poi potrebbero diventare rifugio per chi vuole uscire dal dollaro e dai sistemi bancari tradizionali. Volatilità pazzesca.
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Azionario europeo: Trasporti, chimica, automotive, tutto ciò che consuma energia andrebbe in sofferenza. Meglio puntare su difesa e energia (petroliferi, oil services).
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Dollaro: paradossalmente, in una prima fase, potrebbe rafforzarsi come bene rifugio. Ma se la crisi si allunga e l'asse anti-dollaro prende piede, il trend potrebbe invertirsi.
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Azionario: nervi saldi, watchlist pronte e STOP LOSS indispensabili!
Veniamo al dunque: l'azionario. Le violente scosse di questi giorni possono essere un'opportunità, ma solo se si mantiene la freddezza del chirurgo. Ci troveremo di fronte a selloff importanti, magari ingiustificati sui fondamentali delle singole aziende. Se saremo bravi, potremo approfittarne. Ma attenzione: quando il contesto macro si fa così nervoso, cambia il risk profile del mercato. Non si compra a scatola chiusa. Si compra con uno stop loss cucito addosso ad ogni operazione, perché la storia ci insegna che questi scossoni possono trasformarsi in terremoti.
Noi, che la spinta propulsiva la vediamo un po' affaticata e cerchiamo correzioni che proprio non arrivano, siamo pronti a cogliere lo spunto giusto. Ecco qualche nome sulla nostra watchlist:
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Microsoft (MSFT): il colosso di Redmond continua a macinare business sull'AI, nonostante le nubi sul fronte OpenAI e Amazon . Il titolo cerca una direzione. Un ingresso interessante potrebbe darsi con un ritorno verso i 344 dollari. Un livello solido da cui ripartire. Occhio alla tenuta. Lo ripeterò per ogni azione...STOP LOSS a rottua al ribasso del livello.
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Amazon (AMZN): il titolo è già sotto pressione da settimane. Il supporto chiave da monitorare è area 191 dollari . Una chiusura settimanale sotto questo livello aprirebbe le porte a un test dei 170 dollari. Se volete giocarvi il rimbalzo, aspettate la tenuta di 191, ma con lo stop loss stretto. Sotto si va a prendere aria.STOP LOSS a rottura al ribasso del o dei livelli.
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Broadcom (AVGO): la casa dei chip è in bilico. Il titolo ha sofferto per i timori di una bolla sull'AI, ma i fondamentali restano solidi e gli ordini arretrati sono enormi . Un approccio graduale: primi ingressi in area 267 dollari, con l'idea di accumulare sotto i 220 se la tempesta dovesse davvero abbattersi sul settore. Stop loss su ogni livello, ovviamente.STOP LOSS a rottura al ribasso del o dei livelli.
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Netflix (NFLX): il mercato è frettoloso. Dopo le ottime performance, molti analisti iniziano a fare scommesse. Noi restiamo coi piedi per terra. Un eventuale ritorno in area 75 dollari potrebbe essere una zona di riaccumulazione interessante, ma solo per trader con alta propensione al rischio . Stop loss obbligatorio, perché il titolo è più volatile di quanto sembri.STOP LOSS a rottura al ribasso del o dei livelli.
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In questo bailamme, non dimentichiamoci della parte nobile del portafoglio. I bond, dopo anni di sonno, sono tornati a offrire un minimo di razionalità. Se l'azionario trema, lo sguardo va ai titoli di Stato, ma con un approccio analitico. I Treasury USA, con i rendimenti attuali, offrono un carry interessante per chi cerca parcheggio, con stime di rendimento annuo intorno al 4% .
In Europa, invece, la situazione è più complessa. I titoli di Stato core (Bund tedeschi su tutti) renderanno meno, forse intorno al 2,5%, ma rappresentano comunque un'ancora in un mare di incertezze . Se cercate un po' di pepe, occhio al credito high yield (USA ed Europa), che potrebbe beneficiare della fuga dalle azioni senza finire nel panico dei default. Ma anche qui, selezione chirurgica.
Ora si tratta di capire se il mercato avrà la forza di reagire o se inizierà a prezzare uno scenario di recessione da shock energetico. Noi, come sempre, staremo attenti, pronti a comprare la debolezza, ma con un dito sullo stop loss. Sempre.
Il mondo che verrà
Lo so, si è dipinto uno scenario apocalittico. Ma in finanza, chi non guarda agli scenari estremi, viene spazzato via quando questi si verificano. Non stiamo dicendo che accadrà domani. Ma i pezzi sulla scacchiera si stanno muovendo. E se gli Houthi, le milizie irachene, Cina e Russia decidessero di giocare tutti insieme la stessa partita, l'Europa si troverebbe in ginocchio.
L'Italia, dal canto suo, farebbe da tappo. Saremmo in prima linea nell'accoglienza (impreparati come sempre), in prima linea nella crisi energetica (dipendenti dal gas come pochi), e in ultima fila nelle decisioni strategiche. Il nostro ruolo? Subire.
Ecco perché, cari lettori, tenete d'occhio lo Stretto di Hormuz più di qualsiasi indice azionario. Perché da lì passa il nostro futuro. E tenete gli stop loss stretti. Perché quando la geopolitica si incarognisce, i mercati non guardano in faccia nessuno.
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Fabio Tanevini è un trader privato e potrebbe detenere gli strumenti finanziari oggetto delle sue analisi risultando così in conflitto di interesse con i lettori.
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