Le performance a un anno – in tutti i casi estremamente positive – confermano però differenze significative a seconda del tipo di prodotto. Che diventeranno ancor più rilevanti in un mercato ora più volatile. Come scegliere. La relazione poi – spiegata da un esperto - fra andamento del prezzo dell’oro e quotazioni delle aurifere. I cui Etf hanno fatto scintille.
Il report del week end
Il tema è inevitabile, l’oro. Inutile raccontare cosa è successo. Ci affidiamo allora alle parole di Arnaud du Plessis, portfolio manager di CPRAM, società francese di asset management controllata dal gruppo Amundi.
“Le condizioni che ne hanno alimentato il rally non solo restano valide ma potrebbero rafforzarsi nel 2026. In un contesto dominato da incertezze geopolitiche, fragilità fiscali e tensioni sul fronte monetario, il metallo giallo si conferma un pilastro strategico per gli investitori, con un potenziale ancora inespresso soprattutto sul fronte delle società aurifere. La brusca correzione registrata a fine gennaio 2026, dopo una fase di ipercomprato (con l’Rsi oltre 90, evento rarissimo nella storia dell’oro), viene letta come un sano riassetto tecnico. Il calo ha riportato i prezzi su livelli coerenti con gli indicatori mobili di medio periodo, senza intaccare i fondamentali di lungo termine. I driver strutturali del rialzo restano infatti pienamente intatti.
Uno degli elementi più interessanti emersi riguarda il diverso andamento tra prezzo dell’oro fisico e performance delle società minerarie. Nonostante il rally del metallo, i titoli auriferi continuano a “sottoperformare” (le virgolette sono d’obbligo e poi vi spieghiamo il perché), trattando su multipli storicamente non esasperati. Eppure, il contesto operativo per i produttori è migliorato: l’aumento dei costi di estrazione è stato ampiamente compensato dai prezzi elevati dell’oro, con un impatto positivo sui margini e sugli utili. Il settore resta quindi “sottovalutato” anche rispetto alla crescita degli Eps, aprendo spazio a un trend ancora positivo.
Spazio ora a Etf ed Etc del comparto.
Etc sull’oro: le migliori performance a 1 anno (variazione del future + 74%)
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Invesco Physical Gold Eur Hedged |
XS2183935274 |
Oro spot in Usd con copertura del cambio €/$ - Replica fisica (Ter 0,34%) |
Performance a 1 anno +67,8% |
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Xtrackers Physical Gold Eur Hedged |
DE000A1EK0G3 |
Oro spot in Usd con copertura del cambio €/$ - Replica fisica (Ter 0,59%) |
Performance a 1 anno +67,8% |
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Wisdomtree Physical Gold Eur Daily Hedge |
JE00B8DFY052 |
Oro spot in Usd con copertura del cambio €/$ - Replica fisica (Ter 0,12%) |
Performance a 1 anno +67,5% |
La sintesi è evidente. Hanno primeggiato sui tanti Etc relativi al gold:
● quelli a replica fisica, cioè con sottostante l’oro fisico
● con copertura del cambio €/$
● fra questi si è avuta una perfetta parità di performance dei tre più scambiati.
I perdenti
Scontato il fatto che la lista delle peggiori performance è pilotata dagli Etc con valuta di denominazione Usd e quindi senza protezione sul cambio. Sotto il 50% per esempio il classico cavallo di battaglia, il WisdomTree Physical Swiss Gold (JE00B588CD74 - valuta di denominazione Usd), con sottostante oro fisico depositato in Svizzera.
Un consiglio: prima di collocarvi su Etf relativi all’oro bisogna capire bene di quale si tratta. L’offerta è infatti ampia ma le relative documentazioni spesso pessime traduzioni dall’inglese e prive di dettagli importanti. In una situazione di boom del mercato del gold le minime differenze possono incidere e non di poco sulle performance globali: occorre quindi determinare valuta di denominazione, tipologia del sottostante, costo annuo/Ter (spesso difficile da reperire), tipo di detenzione e dimensioni del fondo. Il 2025 ha confermato che scegliere bene può voler dire differenze di rendimenti nel tempo di assoluto rilievo. In quest’ambito poi le carenze informative del sito di Borsa Italiana si evidenziano talvolta in maniera rilevante. Sul tema torneremo.
Etf sulle società aurifere: le performance a 1 anno
Da qualche tempo si sostiene che il vero boom delle società aurifere deve ancora concretizzarsi. Vediamo allora i numeri del settore, dove l’offerta di strumenti replicanti è molto più contenuta. Attenzione! Solitamente evidenziano una volatilità superiore rispetto a quella del metallo fisico.
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VanEck Gold Miners Etf |
IE00BQQP9F84 |
Replica le società maggiori del settore minerario globale attive nell’estrazione di oro e argento – Valuta denominazione Usd |
Performance a 1 anno + 117,5% |
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VanEck Junior Gold Miners Etf |
IE00BQQP9G91 |
Replica le società minori del settore minerario globale attive nell’estrazione di oro e argento – Valuta denominazione Usd |
Performance a 1 anno +135,7% |
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L&G Gold Mining Etf |
IE00B3CNHG25 |
Replica le principali società minerarie aurifere, che realizzano almeno il 50% dei loro ricavi con l'estrazione di oro. Valuta denominazione Usd |
Performance a 1 anno +128,3% |
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Ishares Gold Producers Etf |
IE00B6R52036 |
Replica società del settore minerario attive nell’estrazione di oro - Valuta denominazione Usd |
Performance a 1 anno +113,7% (Euronext Amsterdam) |
Si diceva all’apertura del report odierno che c’è un disallineamento tra prezzo dell’oro fisico e performance delle società minerarie. I risultati (tutti gli Etf sono al +100% in un anno) in realtà non confermano questa realtà. Hanno ragione o sbagliano? Il fenomeno va spiegato. Le performance si riferiscono alle quotazioni di Borsa, che erano molto indietro all’inizio del boom dell’oro per complesse vicende di remuneratività di quest’attività.
“Dal massimo del 2011 a oggi – ricorda ancora il portfolio manager di CPRAM – le azioni aurifere hanno impiegato 14 anni per tornare ai livelli record, mentre l’oro è salito di oltre il 150% nello stesso periodo. La sottoperformance delle prime resta significativa”. Le ragioni di questo divario risiedono soprattutto nell’aumento dei costi operativi. Dal 2020 a oggi, gli oneri per produrre un’oncia d’oro sono passati da circa 1.000 a 1.500 dollari, con un incremento del 50% dovuto all’inflazione dei salari, dell’energia e dei materiali. Tuttavia, grazie all’esplosione dei prezzi dell’oro, i margini si sono ampliati in modo sostanziale: “Nel 2020 – spiega du Plessis – con un oro a 1.750 dollari, il margine medio era di 750 dollari per oncia. Nel 2025, con un oro a 3.500 dollari e costi a 1.500, il margine è salito a 2.000 dollari”. Con prezzi medi attesi a 4.500 dollari nel 2026, la redditività del settore potrebbe migliorare ulteriormente, anche in presenza di nuovi aumenti dei costi.
Nonostante la forte performance delle azioni aurifere, le valutazioni restano storicamente basse. Secondo du Plessis, il rapporto prezzo/valore netto del settore è oggi inferiore a 1 volta, contro oltre 3,5 volte nel 2015. “In pratica – sostiene – il mercato non riconosce pienamente il valore degli asset attuali delle società minerarie”. Anche dopo il rally del 2025, la rivalutazione è stata modesta rispetto all’esplosione degli utili attesi, cresciuti di oltre venti volte dal minimo del 2015. Questo squilibrio suggerisce che, dal punto di vista fondamentale, il settore potrebbe avere ancora margini di recupero.
E ora cosa succederà a oro e argento
Uno studio di DWS, società di gestione patrimoniale tedesca, ricorda che gold e silver possono muoversi rapidamente e poi ancora più rapidamente. Il grafico qui sotto mostra l'andamento di lungo periodo dei loro prezzi in termini reali, ossia al netto dell'inflazione.
Note: * Prezzo spot composito dell'oro corretto per l'inflazione secondo Bloomberg.
** Prezzo spot composito dell'argento corretto per l'inflazione secondo Bloomberg.
Fonte: Bloomberg Finance L.P., DWS Investment GmbH, al 4 febbraio 2026.
A distanza di alcuni decenni si sono ripetuti episodi di forti rialzi, correzioni improvvise e, soprattutto nel caso dell'argento, grandi oscillazioni, seguite da lunghi periodi di relativa tranquillità. E, salvo un accurato tempismo nelle fasi di acquisto e vendita, la protezione dall'inflazione si è rivelata discontinua.
Il periodo prima della fine di gennaio ha presentato tutte le caratteristiche di un mercato frenetico: rapidi guadagni, inseguimento del momentum e un ruolo crescente degli Etf. Secondo The Economist, le detenzioni di oro tramite questi ultimi sono aumentate sensibilmente durante il periodo del Covid, per poi ridursi per diversi anni e tornare a crescere dal 2024: livelli però ancora inferiori al picco del 2020, ma sufficienti a incidere sui margini di mercato.
Infine è arrivato il catalizzatore. Dopo aver sfiorato quota 5.600 dollari l’oncia, sull'oro si è innescata una fase di vendite che ne ha determinato una discesa di circa 1.000 dollari, prima di individuare un possibile livello di supporto. La nomina di Kevin Warsh a Presidente della Fed è stata ampiamente interpretata come un segnale di maggiore stabilità alla guida della Banca centrale Usa, elemento rilevante considerando che parte del rally rifletteva una crescente sfiducia nel dollaro. Con il cambio di sentiment, le uscite dal mercato sono state di massa. Tra gli altri fattori plausibili figurano l'innalzamento dei requisiti di margine per la negoziazione dei metalli preziosi da parte di alcune Borse negli Stati Uniti e in Cina, oltre a una fase di vendite stagionali in vista del Capodanno lunare. Leva finanziaria e liquidità ridotta hanno fatto il resto.
Le oscillazioni più ampie dell'argento sono coerenti con i suoi pattern storici, seppur in una forma insolitamente amplificata. L'argento è infatti sia una materia prima industriale sia un metallo prezioso, e tende quindi a registrare movimenti altalenanti, anche perché una parte della domanda industriale è particolarmente sensibile ai prezzi. Per gli investitori, il principale insegnamento degli eventi recenti è che forti ribassi fanno parte integrante dell'investimento nei metalli preziosi. Inoltre, è opportuno ricordare che dal 2022 le Banche centrali sono acquirenti significativi di oro, ed è difficile immaginare che una sola settimana di turbolenze possa invertire rapidamente questa tendenza. Tuttavia, nulla di tutto ciò costituisce un argomento particolarmente solido a favore di investimenti isolati in asset che non generano reddito, come sottolinea Johannes Müller, Head of Research di DWS. Che aggiunge: “A nostro avviso, l'oro rappresenta una copertura contro i rischi estremi. Esprime infatti al meglio il proprio ruolo all'interno di un portafoglio ben diversificato”. Parole accorte quindi in una fase di totale incertezza dei mercati.
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