Durante il recente tracollo di oro ed argento alcuni metalli hanno resistito magnificamente alla bufera. Il primo è stato l’alluminio che mentre il resto del mondo metallifero crollava ha avuto la forza di andare al rialzo.
L’alluminio è il metallo che sembra banale finché non lo guardi da vicino: lo trovi nella lattina che butti, nel profilo della finestra, nei cavi, nelle auto “alleggerite”, nei treni, negli aerei e – soprattutto – in mezzo alla transizione energetica che tutti evocano e pochi pagano. E qui sta il punto: l’alluminio non è solo un metallo ciclico, è anche un metallo “politico”, perché la sua produzione dipende dall’energia come un maratoneta dall’ossigeno. Quando cambiano i prezzi dell’elettricità, cambia la geografia industriale.
Avevamo detto che avremmo comprato oro ed argento in seguito al tracollo e contiamo di farlo non appena il mercato si stabilizza.
Sull’alluminio invece entriamo su un treno in corsa.
La domanda globale di alluminio è tirata da quattro motori principali:
- Trasporti: l’auto elettrica pesa di più (batterie) e per compensare si alleggerisce dove può. L’alluminio entra ovunque: scocche, componenti, sistemi di dissipazione.
- Reti elettriche e rinnovabili: tra fotovoltaico, eolico, infrastrutture di rete e accumulo, serve metallo “leggero e conduttivo”. L’IEA inquadra chiaramente come la decarbonizzazione spinga riciclo e rinnovabili anche dentro la filiera industriale.
- Packaging: qui la domanda è meno glamour ma più stabile; e il riciclo è un moltiplicatore.
- Costruzioni: cicliche, sì, ma strutturalmente favorite da ristrutturazioni energetiche e sostituzioni (serramenti, facciate, componenti).
Sul medio-lungo periodo, la traiettoria è chiara: la stessa industria (IAI/CRU) parla di crescita della domanda verso il 2030 nell’ordine di ~40% rispetto al 2020, con un ruolo crescente del riciclato per coprire parte dell’aumento.
Traduzione operativa: non basta “che cresca la domanda”. Conta che tipo di domanda: più laminati, più leghe speciali, più componentistica “value-added”. Ed è lì che si fanno i margini.
Nel breve, il termometro più “pulito” resta l’inventario. Quando le scorte scendono e i prezzi tengono, significa che qualcuno sta ritirando metallo fisico. I dati di stock e prezzi LME pubblicati da Westmetall mostrano livelli di scorte intorno a ~491mila tonnellate ai primi di febbraio 2026, con oscillazioni giornaliere e prezzi cash nell’area dei 3.000 $/t.
E anche gli analisti – stavolta senza troppo entusiasmo da casinò – vedono alluminio tra i metalli “favoriti” nel 2026: un sondaggio Reuters citava una performance attesa positiva (ordine di grandezza: +12% vs media 2025), pur con volatilità e ritorni più “normali” dopo gli eccessi speculativi.
L’alluminio è un mercato dove “hai ragione” solo se indovini anche il prezzo dell’energia e la politica industriale. Quindi non essendo omniscienti il prezzo è l’unica variabile che conta. E a giudicare dal prezzo siamo in un trend al rialzo molto potente.
Vogliamo mettere un chip sull’alluminio e quindi abbiamo selezionato cinque simboli che sono interessanti:
- Alcoa (AA): trend al rialzo con congestione a flag da manuale anche se troppo grossa per noi
- Constellium (CSTM): per chi preferisce “mix e prodotti” a pura commodity, con multipli non estremi. Ha rotto i massimi pluriennali, obiettivo a 32,70 sui massimi storici.
- Century Aluminium (CENX): per chi fa trading/investimento tattico e vive bene con i sobbalzi dei multipli. Obiettivo a 80 euro anche qui sui massimi storici.
- Kaiser Aluminium (KALU): bella azienda, ma spesso non la più economica visto che siamo già da tempo sui massimi storici.
- Rio Tinto (RIO): esposizione indiretta ma robusta (diversificazione). Sui massimi storici e che massimi storici, non ci sono obiettivi si rischia di rimanere con il cerino acceso sui massimi.
Compriamo al Nyse Constellium (CSTM) 25,01 STOP, stop loss 22,18, target 32,70 sui massimi storici.
L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
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