Cari lettori,
anche questa settimana il vento che soffia dallo Stretto di Hormuz non è certo un vento fresco di tramontana che schiarisce le idee. È un vento caldo, carico di polvere e di preoccupazione. Assieme, come piace a me, proviamo a distinguere i riflessi strategici dal rumore di fondo delle lancette dei prezzi.
A inizio settimana ci trovavamo di fronte a quello che molti operatori con memoria lunga avevano messo in conto come scenario “a bassa probabilità ma alto impatto”: l’inasprimento del conflitto israelo-iraniano e la conseguente, sostanziale, chiusura di fatto del canale di Hormuz. Lo avevamo ipotizzato sette giorni fa, e oggi ci troviamo a fare i conti con una realtà che, dal punto di vista dei numeri, è piuttosto chiara.
Innanzitutto, andiamo al dunque. Il petrolio. Il Brent, come rilevato puntualmente da UBS e confermato dalle quotazioni di metà settimana, ha viaggiato costantemente intorno agli 88-89 dollari, sfiorando quota 90 prima di una lieve flessione tecnica . Il livello di guardia, come ho avuto modo di tracciare graficamente, è quello dei 100 dollari al barile.
Occhio: non è una muraglia invalicabile, ma un campanello d’allarme. Oltre quella soglia, come sostengono gli analisti di Bloomberg Intelligence, non si tratta più di semplice speculazione, ma di una chiara "riprezzazione" del rischio sistemico. L'avvertimento del ministro dell'Energia del Qatar, Saad al Kaabi, è stato netto: se il blocco dovesse durare settimane, potremmo assistere a uno shock verso i 150 dollari . Un'ipotesi estrema, certamente, ma che ci dice quanto il mercato sia nervoso.
Europa e America: due facce dello stesso nervosismo
Ed è qui che dobbiamo guardare alla reazione dei listini. Gli investitori, bisogna riconoscerlo, stanno tenendo i nervi saldi, ma la resilienza non è uguale per tutti.
Guardiamo all’America: il Nasdaq ha mostrato una dinamica di forza sorprendente. Nelle sedute del 2 e del 5 marzo, nonostante le attese di una seduta debole, l'indice tech ha chiuso in positivo, dimostrando una capacità di assorbimento degli urti che lascia stupiti . Sembra quasi che il mercato statunitense veda in questa crisi un motivo in più per attrarre capitali in cerca di rifugio ed in effetti è così, l'attacco israelo-americano, con il dollaro naturale magnete che attira gli investitori per proteggersi, può avere molta convenienza per gli Usa, anche se il conto, come spesso accade, lo paghiamo noi europei ed infatti diverso è il discorso per l’Europa, e in particolare per il Dax tedesco e la sensazione è che sia solo l'inizio.
Qui i segnali di cedimento sono apparsi più evidenti. E il motivo è presto detto: la fuga verso il dollaro è ricominciata. I dati della Banca d'Italia e della Bce di inizio marzo certificano un euro passato da livelli più alti a 1,1606 sul biglietto verde . Questo deprezzamento, in teoria un vantaggio per gli esportatori, racconta però una verità meno confortante: gli investitori istituzionali stanno spostando liquidità verso l’asset americano, percepito come più sicuro in questa fase di turbolenza mediorientale.
Obbligazioni sotto la lente
E non è solo questione di cambi. Anche i mercati obbligazionari iniziano a mostrare qualche screpolatura. Non è ancora una fuga, intendiamoci, ma la tendenza è chiara. I dati della Banque de France raccontano di un aumento dei rendimenti sui titoli di stato europei a lungo termine: il TEC 10 a fine febbraio era al 3,30%, mentre ieri, 5 marzo, è schizzato al 3,45% . In gergo tecnico, significa che i prezzi dei bond stanno scendendo. Inizia a scemare quell’entusiasmo per l’obbligazionario che aveva caratterizzato le prime settimane dell’anno; ora la paura dell’inflazione importata (quella del petrolio a 90-100 dollari) inizia a farsi sentire e il rischio/minaccia di far diventare carta straccia molti titoli di Stato europei si appalesa come lo spauracchio limite estremo del 2026. Il livello dell'inflazione in questi casi è davvero un indicatore importantissimo.
Allego in basso il grafico del Bund Future che nelle ultime 4 sedute mostra chiaramente le preoccupazioni del momento.
Il nodo strategico per il trader
Detto questo, la settimana ci lascia con una fotografia chiara. L’elemento di attrazione principale per chi fa trading rimane il petrolio e le sue correlazioni.
Se i futures sul greggio dovessero consolidarsi sopra quota 90, allora dovremmo aspettarci un raffreddamento ulteriore per gli indici europei, più esposti allo shock energetico rispetto agli USA. Per questa settimana, ho scelto di concentrarmi su queste grandi variabili macro, tralasciando i singoli titoli anche perchè le indicazioni lasciate nelle ultime settimane restano valide tuttora.
Ma a pensarci bene un titolo l'ho messo nel mirino e proverò il colpo i 101 dollari sempre con stop loss piu o meno stretto in base all'andamento e al nervosismo che gl'indici mostreranno nel giorno in cui il tocco avverrà. Sto parlando di Tower Semiconductor (TSEM)
Personalmente alla soglia dei 100-101 dollari come anticipato quindi e se gli indici non saranno nervosi come alcune sedute della settimana appena finita, proverò l'ingresso, ma chiaramente, con la protezione dello stop loss, come amo sempre ricordare e poi ultimo livello d'ingresso, se vi fosse la rottura al ribasso dei 100 dollari, sarà agli 86 dollari.
Il consiglio, come sempre in queste fasi, è di tenere gli occhi aperti sui livelli grafici che contano: 90-100 dollari per il petrolio, la tenuta dei massimi storici per il Nasdaq e la soglia psicologica dei 21.000 punti per il Dax.
Buon trading e alla prossima.
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Fabio Tanevini è un trader privato e potrebbe detenere gli strumenti finanziari oggetto delle sue analisi risultando così in conflitto di interesse con i lettori.
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