Il direttore responsabile Emilio Tomasini è apparso su:

S&P 500, Europa, Giappone ed emergenti: chi dipende di più dai grandi titoli


Parliamo ancora di concentrazione in Borsa, facendo un po’ seguito all’articolo di ieri, ma allargando lo sguardo anche oltre il mercato statunitense con l’aiuto del grafico qui sotto.

Source: Goldman Sachs

La concentrazione degli indici azionari è tornata su livelli che non si vedevano nemmeno durante la bolla tecnologica del 2000. Nei principali listini mondiali il peso delle dieci maggiori società è aumentato, ma il fenomeno ha assunto proporzioni particolarmente vistose negli Stati Uniti e, più di recente, nei mercati emergenti.

Nell’S&P 500 i primi dieci titoli rappresentano ormai circa il 40% della capitalizzazione complessiva. All’inizio degli anni Novanta la quota oscillava attorno al 20% e persino nel pieno dell’euforia per Internet si era fermata poco sopra il 25%. Il dato racconta una Borsa americana che continua a offrire cinquecento nomi sulla carta, mentre nella pratica dipende sempre di più da un piccolo gruppo di società con dimensioni, profitti e capacità di investimento difficilmente confrontabili con il resto del mercato.

Un movimento analogo si osserva nell’MSCI Emerging Markets, dove il peso dei primi dieci componenti è salito rapidamente verso il 35-36%. In questo caso la concentrazione è più recente e anche più brusca: tra il 2021 e il 2023 sembrava essersi ridimensionata, poi la corsa dei grandi gruppi asiatici legati alla tecnologia e ai semiconduttori ha riportato l’indice su valori record. Comprare oggi un ETF sui mercati emergenti significa quindi assumere un’esposizione molto più selettiva di quanto suggerisca il nome del prodotto.

Europa e Giappone restano più equilibrati. Le prime dieci società dello STOXX Europe 600 pesano meno del 20%, mentre nel TOPIX la quota si colloca attorno al 23%. Questa maggiore dispersione limita la dipendenza da poche aziende, ma finora ha significato anche una minore partecipazione alla crescita dei colossi tecnologici che hanno trascinato Wall Street.

La concentrazione, presa da sola, non è necessariamente un segnale ribassista. Un indice può restare concentrato per anni se le aziende dominanti continuano a produrre utili, cassa e rendimenti sul capitale superiori alla media. Il problema nasce quando il prezzo attribuito a questa superiorità diventa troppo generoso oppure quando i risultati di una manciata di società iniziano a deludere. A quel punto l’indice, apparentemente ampio e diversificato, scopre di avere pochi motori e tutti sistemati nello stesso comparto.

Per l’investitore passivo la questione è tutt’altro che accademica. Chi acquista l’S&P 500 oggi non compra lo stesso portafoglio di dieci o quindici anni fa: compra una struttura più sbilanciata, maggiormente sensibile alle trimestrali e alle valutazioni delle grandi società tecnologiche. Finché quei titoli salgono, la concentrazione amplifica il rendimento. Quando rallentano, rischia di amplificare anche la correzione.

L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica clicca qui >>
Informativa metodo clicca qui >>

Non accontentarti solo degli articoli Free!

Registrati gratuitamente e avrai accesso senza limitazioni ai servizi premium per 7 giorni!