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AI e Big Tech: il mercato aspetta la cassa


L’intelligenza artificiale sta entrando nella fase in cui le promesse devono essere tradotte in denaro. Finora Wall Street ha premiato la corsa ai modelli più potenti, ai chip e ai data center; nei prossimi anni, però, conterà soprattutto la capacità di Google, Meta, Microsoft e Amazon di trasformare questi investimenti colossali in flussi di cassa.

Source: Torsten Slok, Apollo

Il consensus – come si vede nel grafico (fonte Torsten Slok, Apollo) - prevede una fase di debolezza tra il 2026 e il 2027, quando il peso del capex dovrebbe comprimere sensibilmente il free cash flow. Dal 2028, invece, la musica cambierebbe: il flusso di cassa aggregato delle quattro Big Tech dovrebbe superare i 200 miliardi di dollari, avvicinarsi ai 350 miliardi nel 2029 e sfiorare i 500 miliardi nel 2030.

La logica è chiara. Oggi si costruisce l’infrastruttura, domani la si monetizza attraverso cloud, software, pubblicità e servizi aziendali. Microsoft può sfruttare Azure e Copilot, Amazon dispone di AWS, Google può integrare l’AI nella ricerca e nella pubblicità, mentre Meta punta a migliorare l’efficacia degli annunci e a ridurre i costi di produzione. Queste società, a differenza delle start-up, hanno già numerosi utenti e numerosi clienti cui vendere i nuovi servizi.

La previsione, tuttavia, poggia su un’ipotesi impegnativa: che la crescita dei ricavi sia molto più rapida di quella degli investimenti. Un data center AI non è un’infrastruttura destinata a restare immutata per decenni. I chip diventano rapidamente obsoleti, i modelli richiedono sempre più potenza, i consumi energetici aumentano e la concorrenza obbliga tutti a reinvestire continuamente.

Anche la monetizzazione non è scontata. L’intelligenza artificiale può diventare indispensabile e, nello stesso tempo, trasformarsi in una commodity, con prezzi in discesa e margini inferiori alle attese. Una parte dei benefici potrebbe inoltre finire nelle mani dei clienti, sotto forma di maggiore produttività, anziché nei bilanci dei fornitori.

Il mercato starebbe dunque accettando oggi una minore generazione di cassa in cambio di un’accelerazione molto forte dal 2028. Lo scenario è plausibile, perché le società coinvolte hanno distribuzione, capitale e vantaggi competitivi fuori dal comune, ma è anche esigente. Con quasi 500 miliardi di free cash flow attesi nel 2030, una parte consistente del futuro è già incorporata nelle valutazioni. Da qui in avanti serviranno meno annunci e più cassa vera.

L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
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