Storie di santi e pirati, ovvero di banchieri centrali. Con qualche consiglio per il vostro portafoglio

C’è scontro nel mondo della finanza sulle decisioni di Fed, Bce e compagne. Questi alcuni modi per proteggersi da scelte da cui non sanno loro stesse come uscire.

Cedole & dividendi

Il report della domenica è “free”; quelli degli altri giorni disponibili solo per gli abbonati. Da domani inizierà un’analisi regolare di vecchie e nuove emissioni obbligazionarie.

La pressione monta. Le politiche monetarie ultra espansive spazientiscono i mercati, che iniziano a voler fare da soli, premendo per un rialzo dei tassi attraverso un aumento dei rendimenti obbligazionari, soprattutto nel segmento 5-10 anni. La “yield curve” dei Bund ne è la migliore dimostrazione, con un netto recupero nel corso dell’ultimo mese. Tutto questo è noto, ma meno manifesto è il dibattito in corso fra i grandi della finanza, divisi – non si sa in quale percentuale – fra fautori e critici delle scelte delle Banche centrali.

Due interessanti dichiarazioni delle ultime giornate fanno meditare sulla correttezza dell’una o dell’altra posizione, in parole più semplici fra chi ritiene che i “padroni delle monete” siano o dei santi o dei pirati. Eccole.

Parla Jamie Dimon di JP Morgan in un’intervista al quotidiano Les Echos

La più grande minaccia per l’economia è l’uscita dalla politica monetaria espansionistica in corso: mai nella storia si è messa in atto una simile strategia e mai a posteriori si è sperimentata la maniera da cui se ne esce. Tutto ciò origina grande incertezza. Non bisogna dimenticare che la ripresa in atto dell’economia statunitense si attua a un ritmo due volte più debole rispetto alle precedenti fasi di recupero. Occorre ricordare che la maggiore minaccia per un’economia consiste in cattive decisioni di politica economica prese dai Governi”.

Interviene il finanziere Marc Faber in un colloquio con la rivista svizzera Bilan

Sono assai critico rispetto alla Fed. Gli attuali tassi di interesse dovrebbero essere molto più alti, almeno al 3%. Inoltre il timing degli aumenti non è indovinato perché l’economia comincia a dare segnali di rallentamento. Ci troviamo in un contesto di crescita partita nel giugno 2009. Ma la Fed ha atteso dicembre 2015 per avviare un rialzo dei tassi dello 0,25%. Intanto nel resto del mondo le altre Banche centrali non fanno altro che stampare moneta. Ma c’è un rischio: che quando Bce e la giapponese Boj ridurranno i loro Q.E. la Fed sarà costretta a lanciare un quarto programma di allentamento quantitativo. Tutto questo schema costituisce un’enorme frode. Se voi – come cittadini o come operatori finanziari privati – riusciste a manipolare i mercati in maniera simile sareste già in prigione”.

Il contrasto delle opinioni è totale. Chi ha ragione? Nessuno al 100%, ma l’argomentazione di Faber appare più convincente, alla luce di quanto sta avvenendo.

Che si sia drogato il mercato è evidente a chiunque; il punto centrale è che lo si è fatto con artifici sperimentati per la prima volta sulle spalle dell’economia mondiale. La prudenza dimostrata da Yellen, Draghi, ecc. deriva proprio da questo. Non sanno come uscirne. Troppo lentamente? Si rischia uno scollamento con l’economia reale: è quanto sta succedendo negli Usa. Troppo velocemente? Si azzarda uno scenario in cui Paesi fragili – come quelli mediterranei – si ritrovano nell’arco di poco tempo con un costo del debito insostenibile.

Ma il vero problema è un altro: lo ammise Ignazio Visco a un forum alla Columbia University. Disse: “Sappiamo che mantenere i tassi troppo bassi per troppo tempo ha conseguenze indesiderabili. Il nodo sta nel fatto che dipendiamo dagli indicatori economici”. Che vengono interpretati con vecchi schemi, proprio quando l’economia ha subito una totale rivoluzione, dovuta a tanti fattori sociali e tecnologici. Da vent’anni è iniziata la “grande moderazione”, che tocca prezzi dei beni di grande consumo, salari e quant’altro e comporta effetti anche in campo finanziario. Stabilire, per esempio, l’obiettivo del 2% per l’inflazione è realistico oppure no? E’ un valore di riferimento, calcolato con metodi un po’ empirici e forse populistici. I governanti tedeschi con un 2% sono tranquilli e non alzano la voce. Sopra comincerebbero a innervosirsi. Come può il tutto essere condizionato da un rapporto così casuale?

Potremmo intrattenervi per ore e ore sul tema. Dato che a chi legge interessa capire solo che fare in una fase complessa all’ennesima potenza, passiamo ai consigli pratici.

1°) Lo sgonfiamento da fine Q.E. non vuol dire automatico rialzo dei tassi. In mezzo ci può essere una fase di forte volatilità per i rendimenti obbligazionari, come in parte sta accadendo.

2°) In una condizione così incerta il compromesso è la scelta vincente: per i bond significa costruire posizioni articolate, basate su emissioni a tasso misto (prima tasso fisso e poi tasso variabile), a tasso variabile puro, “inflation linked” (bene alcuni Btp€i) e a tasso fisso ad alto rating, in base a piani di accumulo per questi ultimi su precisi livelli di progressivo calo delle quotazioni.

3°) I riferimenti temporali sono sempre da tenere presenti: tra il 2013 e il 2016 le Banche centrali hanno comprato più titoli di quanti emessi; dal 2017 stanno cominciando a essere neutrali; nel 2018 le nuove emissioni riprenderanno a governare il mercato. Ciò significa che bisogna vendere tutto quanto ha raggiunto quotazioni record fra il 2013 e il 2016, posizionarsi su strumenti neutri e poi ricominciare a collocarsi sui tassi fissi fra uno o due anni.

4°) Niente è certo, perché – come si diceva – i banchieri centrali viaggiano loro stessi nell’ignoto. Il rischio maggiore è che quando la Bce comincerà a rialzare i tassi (fine 2018?) la Fed sia costretta a riattivare una politica espansionistica. Se ciò succedesse i mercati non capirebbero quanto è avvenuto nel frattempo e passerebbero all’interpretazione negativa del ruolo dei banchieri centrali, vendendo tutto e soprattutto l’azionario.

5°) Come fiutare le possibili evoluzioni future? Seguendo i cambi. L’attuale esasperata debolezza del dollaro fa pensare che la Fed non aumenterà i tassi a settembre, smentendo quanto previsto inizialmente.

6°) Una via di uscita? Allontanarsi in parte dall’area euro e dollaro e puntare su mercati “sani”: per esempio quello australiano, quello canadese e quello svedese, tutti Paesi ad altissimo rating, dove i fondamentali guidano ancora le politiche monetarie. Si fa comprando titoli di Stato locali e proteggendosi con conti correnti nelle specifiche valute. Troppo complesso? Meno di quanto si pensi. Se l’alternativa è sgradita, non resta che rimanere imbrigliati nel sempre più incomprensibile mondo governato da Fed e Bce, condizionato da pochi santi e tanti pirati.

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