S&P500 vs. Oro: chi vince?


Riprendiamo e aggiorniamo l’analisi del 24 aprile

A partire da metà marzo si è sviluppato un forte movimento di rimbalzo dei mercati azionari, dopo il grande crash iniziato a fine febbraio. In particolare l’S&P500 (PC: 2913) è risalito da quota 2200 verso la resistenza chiave segnalata a quota 3000, che ne ha finora arrestato la salita. L’indice americano è riuscito a contenere le perdite dai picchi ad un comunque significativo -13%, dopo avere ceduto dal massimo al minimo addirittura il 35%. 

Come dicevamo, il forte recupero dai minimi è stato reso possibile dall’<<enorme liquidità immessa nei circuiti finanziari dalla Fed e dalle altre Banche Centrali del mondo che, unitamente a piani di intervento massicci da parte dei Governi, sono finora riuscite nell’intento di stabilizzare i mercati finanziari, evitando un effetto domino. Rimane però il problema che la “cura” adottata consiste nell’ulteriore incremento della liquidità generata ex-nihilo dalle Banche Centrali (che dal 2009 ai livelli di febbraio 2020 era già raddoppiata, passando da 40 a 80 trilioni di dollari USA), oltre ad un ulteriore ricorso all’indebitamento (il debito complessivo nel mondo pre-crisi ammontava a circa 250 trilioni di dollari USA, su livelli e con dinamiche di crescita insostenibili rispetto all’andamento delle economie reali). Un indebitamento che si va a scaricare in particolare sugli Stati che vanno ad “assorbire”  i debiti privati più a rischio, come già accadde durante la Grande Crisi Finanziaria del 2007-2009. In un momento, per di più, dove le entrate fiscali sono destinate a scendere pesantemente per via dei lockdown imposti dalla maggior parte dei governi nel mondo. È facile prevedere un forte deterioramento delle finanze pubbliche, in particolare per quei paesi, come l’Italia, che non hanno saputo approfittare degli anni passati per mettere a posto i propri conti e che ora si trovano completamente dipendenti dallo scudo protettivo della Banca Centrale Europea. In sintesi: gli interventi adottati conseguono risultati positivi nell’immediato ma fanno aumentare vieppiù quegli squilibri responsabili della fragilità dei mercati finanziariari, rendendoli oramai legati a filo doppio all’operato delle Banche Centrali. Il tema, poi, è l’inefficacia delle politiche monetarie per sanare crisi che colpiscono anche l’economia reale, com’è il caso della supply chain disruption provocata dal CoVid-19. Una ripresa dell’attività economica in tempi brevi è indispensabile, altrimenti avremo altri problemi oltre all’emergenza sanitaria e al calo dei listini>>.

Confermando quanto scritto, manteniamo anche l’ipotesi che il rimbalzo in essere dai minimi, per quanto forte, sia - fino a prova contraria - un semplice bear market rally, un parziale rigonfiamento della bolla dell’asset inflation generata negli anni passati dalle politiche monetarie. Il rimbalzo dell’S&P500 incontra una resistenza chiave a ridosso di quota 3000; analogamente il Vix (PC: 31,80) incontra un supporto fortissimo a ridosso di quota 30, testato a fine aprile e nuovamente nella seduta odierna.

In prima battuta si tratta di livelli dove è opportuno chiudere posizioni lunghe e ipotizzare, per i più aggressivi, anche l’apertura di qualche posizione short sull’azionario, non solo Usa. Il tracollo dei prezzi del petrolio, nonostante i tagli alla produzione che hanno consentito un assestamento e un parziale recupero delle quotazioni  nelle ultime due settimane, mette a rischio la tenuta di molti operatori “marginali” del settore energetico, che pesa moltissimo sull’economia reale, e sulle Borse. Anche questo fattore contribuisce a rendere improbabile una ripresa a “V” dei listini, con una risalita sui livelli pre-crisi CoVid-19.

Guardando invece all’Oro, si conferma la forza strategica del metallo giallo che beneficia ovviamente di un contesto di grande incertezza a livello macro, oltre che di rendimenti obbligazionari schiacciati sui minimi dalle politiche monetarie ultra-espansive delle Banche Centrali. Le quotazioni sono in assestamento al di sopra dei massimi di fine febbraio, e potrebbero spingersi ancora oltre. Rimane quindi possibile uno strappo rialzista verso i massimi storici di metà 2011. Al di là degli aspetti previsionali, la volatilità contenuta e la capacità dimostrata dall’Oro di ridurre la fragilità dei portafogli durante i due mesi trascorsi rendono opportuno mantenerlo stabilmente in portafoglio, approfittando altresì di momenti di debolezza per incrementare le posizioni. Come veicolo per seguire in ottica strategica il rialzo dell’Oro si conferma  l’Etc Wisdomtree con ticker PHAU (PC: 149,72).

Da monitorare anche l’andamento del ratio S&P500/ORO (cfr. grafico allegato) che ha subìto un vero e proprio tracollo a partire da fine febbraio, solo in parte riassorbito dal forte rally azionario in essere da metà marzo, dove l’Oro ha comunque mantenuto le posizioni. Il fatto che l’Oro non sia oggetto di vendita durante la risalita dei listini conferma l’incertezza degli operatori sulle evoluzioni future del mercato azionario. L’Oro, in altre parole, è tornato ad essere “bene rifugio” a tutti gli effetti, ragion per cui va mantenuto strategicamente nei portafogli. 

Sulle altre materie prime sono in corso dei modesti recuperi dopo lo scivolone delle settimane precedenti ma al momento non ci sono segnali particolarmente interessanti. Si mantengono le posizioni lunghe anche su Argento (PHAG) e Platino (PHPT) - anche se assai meno performanti e più volatili dell’Oro - e si chiudono in take profit le posizioni corte sul Palladio (1PAS), da riaprire su risalite del Palladio sempre con l’obiettivo di ridurre l’esposizione netta sul comparto metalli preziosi. 

(L'autore del presente articolo non è iscritto all'ordine dei giornalisti e potrebbe detenere i titoli oggetto dei suoi articoli)

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