Il Papa e gli studiosi del Vaticano hanno senz’altro l’esatta
traduzione dell’aramaico “Avrah KaDabra” abracadabra. Qui
accontentiamoci di un più pratico ”faccio ciò che
dico/programmo/decido”. L’obiettivo è di ribadire l’idea del potere
che ha la parola rispetto al modellare la realtà, un invito a
parlare bene per decidere bene. Un vecchio concetto noto già nel
Talmud: “stai attento ai tuoi pensieri, perché diventeranno le tue
parole, le tue azioni, le tue abitudini, il tuo carattere, il tuo destino ...”.
La parola, scrivono C Muntoni e A Priori, è posta alla radice della
cosmogonia. Il Dio biblico non fece la Luce, parlò. Disse: “Sia la
Luce” e, con la parola, la creò. Nello stesso modo il Dio egizio Thot
creava qualsiasi cosa semplicemente pronunciandone il nome. Anche il
più antico testo dei sacri Veda racconta così la divina origine
cosmica: «per mezzo del principio vitale generò con la parola quanto
questo universo contiene». Passando per i pensieri dei Maya arriviamo alle leggende
degli indiani d’America Hopi che raccontano di una donna ragno che
intonò il canto della creazione sopra le forme inanimate della Terra e
diede loro vita con le parole.
Questa introduzione era necessaria per rimandare al valore della
parola quando, frettolosamente, si parla dell’andamento dei mercati.
Infatti nel mese di marzo circolavano pensieri tipo: se lo S&P, che in quel momento era a 6350, torna a 7000 vendo tutti i fondi azionari. Oggi a mente fredda possiamo fare alcune
considerazioni. Quanti hanno venduto a 7000? E chi non lo ha fatto
come si comporta oggi a 7400? Certamente quei pensieri erano
dettati da malesseri vari e quindi avevano un valore relativo.
Quell’affermazione era anche priva di elementi a sostegno, senz’altro non
era associata alla importante formula abracadabra! Si può dire che
era uno degli oltre 6.000 pensieri che quotidianamente popolano la nostra mente. Quelli che la ricerca neuroscientifica definisce tracce, vermi di pensiero, cambiamenti
di focus. Pertanto viene spontaneo fare una valutazione, ovvero la necessità di centellinare
i pensieri/parole in quanto rappresentano l’inizio della catena che porta alle abitudini.
E qui scomodiamo Aristotele: "Noi siamo ciò che facciamo
ripetutamente. Perciò l'eccellenza non è un'azione, ma un'abitudine."
Il cervello è plastico, apprende e si modifica grazie alle esperienze;
quindi facciamo in modo che entrino buoni imput o pensieri. Secondo Mazzucchelli, che ci piaccia o no, oggi siamo il risultato delle abitudini adottate negli ultimi cinque anni e tra cinque anni
saremo il risultato delle abitudini che decidiamo di fare nostre da oggi”. Quindi i
comportamenti possono diventare buone abitudini e, una volta acquisite
dal cervello, possiamo dire che il più è stato fatto. “Cominciate col fare ciò che è
necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete
a fare l'impossibile“ (San Francesco). Questa impostazione diventa nel tempo gratificante, al contrario porsi aspettative troppo elevate porta spesso alla delusione. Abracadabra! Teniamone conto per realizzare i nostri intenti.
Evidentemente gli algoritmi a marzo non leggevano i giornali
visto che, non soddisfatti dell’azionario con il quale viaggiavano, il
10 aprile avevano pigiato sul gas arrivando all’80%. Oggi nessuno è in preda ai malesseri infatti vediamo che l’80% delle società ha battuto le stime, gli utili dello S&P sono in espansione,
insomma è tutto rose e fiori. Sta di fatto che i sistemi forniscono i
primi segnali di vendita, dicono “abracadabra“ e riducono l’azionario.
Fanno in sostanza ciò che dicono, alcuni per un terzo altri
ci vanno giù più pesante. È apparso il famoso semaforo giallo della
scorsa settimana e ci stiamo arrivando lunghi. Ormai è scattato già da
un secondo e non conviene accelerare rischiando il rosso. Fuor di
metafora, abbiamo qualche giorno per metter mano ai portafogli.
Stampiamo l’operatività che ci è utile e mettiamola sulla scrivania
sotto vetro, sarà una nuova abitudine che ci consentirà di dire, con
l’attenzione che merita, “abracadabra”.








