Cambio della guardia alla Fed

Il Presidente Usa Donald Trump nomina Jerome Powell alla carica di governatore della Fed. Non dovrebbero esserci dubbi sulla ratifica da parte del Congresso di Powell, che dovrebbe quindi sostituire Janet Yellen alla scadenza del suo mandato a febbraio 2018.

Si tratta di una nomina nel segno della continuità: è quindi verosimile che la politica monetaria Usa rimanga molto espansiva, ma comunque con sporadici rialzi dei tassi - il prossimo, per 25 b.p. è atteso già a dicembre - ed un Bilancio Fed destinato a sgonfiarsi molto ma molto lentamente. Dopo essere balzato dai circa 800 miliardi pre-cresi finanziaria al picco dei 4500 miliardi nell'ottobre 2014 - con la fine del terzo round di easing quantitativo - l'enorme Bilancio della Fed si è assestato sui massimi e solo recentemente ha iniziato a ridursi, ma davvero in modo molto ridotto. 

Per usare una metafora, la vasca della liquidità è stata riempita fino all'orlo, poi la Fed ha chiuso i rubinetti ma senza assolutamente togliere il tappo: fuor di metafora, la potenza di fuoco è rimasta ferma dopo la fine del Qe3 ma tutti i titoli in scadenza - Treasury o mortgage-backed securities - sono sempre stati sistematicamente rimpiazzati da nuovi titoli. In tal modo la Fed ha garantito ai circuiti finanziari una massa di liquidità davvero imponente, che ha direttamente sostenuto i corsi dei titoli a reddito fisso ed indirettamente spinto all'insù il mercato azionario, che ha beneficiato di un miglioramento apparente della redditività delle aziende grazie alle abbondanti operazioni di buy-back che hanno ridotto la base azionaria.

È verosimile che l'unwinding del Bilancio Fed proceda molto lentamente: quindi di togliere il tappo alla vasca non se ne parla - gli effetti sul comparto obbligazionario ed azionario, non solo negli USA, sarebbero devastanti - ma qualche scodella di acqua dalla vasca ogni tanto verrà tolta. 

Si delinea quindi uno scenario non negativo ma sicuramente meno positivo di quello di cui abbiamo goduto negli anni passati.

Ad attutire possibili effetti negativi - che sarebbero comunque prontamente gestiti dal nuovo governatore Fed - rimane il quadro di liquidità ancora in espansione, seppur in decelerazione, nell'area euro. Il governatore Bce Mario Draghi ha infatti confermato che il programma di acquisto di titoli di Stato dell'area continuerà anche nel corso dei primi 9 mesi del 2018 - come minimo -, riducendosi dagli attuali 60 a 30 miliardi di euro al mese. Meno, ma non esattamente noccioline. Ha poi garantito tassi estremamente bassi per un periodo lungo, per spingere all'insù il tasso di inflazione.

Che cosa possiamo aspettarci sul fronte Valutario nelle prossime settimane/mesi?

Il combinato disposto delle due politiche monetarie sopra-indicate dovrebbe, coeteris paribus, zavorrare ogni velleità rialzista del cambio Euro/Dollaro (PC 1,1608).

Graficamente avevamo segnalato lo scorso mese una perdita di spinta rialzista dell'Euro, con possibili ridiscese verso 1,1600. L'obiettivo è stato raggiunto e probabilmente va rivisto al ribasso. Fintantoché il cambio resterà al di sotto di 1,1750-1,1800 si può ipotizzare un'ulteriore discesa indirizzata per lo meno ad 1,1400, con estensioni verso 1,1300. Poi si vedrà.

OPERATIVAMENTE, le posizioni lunghe aperte sul biglietto verde nelle scorse settimane sono state chiuse parzialmente ad 1,1600. Il prossimo obiettivo è individuabile a 1,1450.

L'euro tornerebbe forte contro dollaro solamente in caso di pronte risalite al di sopra della resistenza a ridosso di 1,1900, eventualità al momento poco probabile.

(L'autore del presente articolo non è iscritto all'ordine dei giornalisti e potrebbe detenere i titoli oggetto dei suoi articoli)

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