Su Wall Street numeri e gestori sentenziano un verdetto tutt’altro che negativo

Inizia una fase di rallentamento del Pil ma non tale da portare degli indicatori più sensibili a spostarsi in area di allerta. Forse il quadro è meno cupo di quanto le Borse stiano prezzando. E molti pronosticano l’S&P 500 a oltre 3.000 punti per fine 2019.

Cedole & dividendi

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Tutto – come sempre – parte da oltre Oceano. Cerchiamo allora di capire cosa sta succedendo e in quale modo ciò si ripercuote sulle Borse. In realtà il primo numero da analizzare riguarda la crescita mondiale: aveva raggiunto il +3,7% nel terzo trimestre 2017 per poi scendere al +3,5% nel secondo trimestre 2018. Ora le prospettive parlano di un atterraggio dolce per il 2019 e il 2020, con un dato comunque superiore al 3%.

► Il primo parametro quindi è regressivo ma non preoccupante.

● Passiamo allora alle condizioni del motore, che è inevitabilmente l’economia Usa. Ci sono tre segnali negativi, uno evidenziato da tanto tempo da questo report domenicale, uno invece quasi inedito e infine uno conseguenza di quanto si è appena detto. Il primo riguarda l’appiattimento della curva dei rendimenti dei Treasuries relativamente al confronto 5-1 anni e al quasi appiattimento per quella 10-2 anni. Adesso finalmente – dopo mesi e mesi di valutazioni non allarmistiche – gli si ridà importanza come anticipatore di tensioni economiche future. Il secondo si riferisce al settore immobiliare, con un calo delle costruzioni nel terzo trimestre 2018 e un possibile peggioramento nelle fasi successive. Attenzione però a un fatto positivo, consistente nel debito delle famiglie in flessione, conseguenza forse del trauma post 2008-2009. Il terzo consiste nello sviluppo economico Usa, rivisto leggermente al ribasso, al +3,4% contro il +3,5% delle previsioni precedenti, relativamente al trimestre luglio-settembre 2018.

Due importanti parametri di trend Usa sono recessivi ma compensati da un diverso atteggiamento dei consumatori, il che potrebbe spostare la fine del ciclo economico espansivo dal 2019 al 2020, ridando fiato a Wall Street. L’economia infine rallenta ma di una frazione e ora se ne teme la frenata nella seconda parte del 2019, quando il Pil potrebbe scendere sotto il +3%.

● Vediamo adesso il Citigroup Economic Surprise Index, indice che misura l’andamento del ciclo economico Usa rispetto alle attese: quando il grafico sale verso l'alto i dati macro hanno battuto il consensus degli operatori e viceversa quando diminuisce i dati economici hanno deluso. L’ultima rilevazione di venerdì indica una discesa sotto il valore di zero e quindi un declino in territorio negativo contro il permanere per tutto l’anno in territorio positivo.

Il sentiment sta quindi peggiorando, perché i dati sono stati inferiori rispetto alle aspettative ma ciò si traduce in una delusione non ancora significativa.

● Passiamo ora all’S&P 500 Earning Yield, rapporto utilizzato per comprendere la redditività dell’indice nel suo insieme, esattamente come accade per il dividend yield, ma con la differenza che l’EY considera l’utile per azione degli ultimi dodici mesi e non il dividendo. Più il dato è alto più il risultato è positivo. Dopo una fase di incessante calo da qualche mese si verifica un leggero incremento (ultimo dato al 5,4%), pur sempre inferiore rispetto al valore medio storico del 6,79%.

► La redditività dell’indice tiene. Inoltre è nettamente superiore rispetto all’inflazione, sulla quale segnala uno spread del 2,5%, giudicato adeguato alle condizioni attuali dei mercati.

● Molto importante è l’iM’s Business Cycle Index, indicatore complesso e articolato ma oltremodo preciso nell’anticipare eventuali recessioni, con un preavviso solitamente di 20 settimane: ciò succede quanto l’indice scende sotto il suo livello di riferimento di 25. L’ultimo dato è a 66,5, quindi ancora lontano dal segnale di pericolo, sebbene in discesa rispetto agli ultimi mesi. A fine novembre si collocava infatti a 78,5.

Il rischio di recessione è ancora lontano ma un po’ di debolezza comincia a manifestarsi. I prossimi mesi andranno monitorati con attenzione rispetto all’iM’s Business Cycle Index.

● E ora il sentiment degli operatori. Ci sono due fattori che preoccupano, tassi e profitti. Sul primo fronte il movimento anomalo – di cui si è già detto – comincia a pesare come preciso indicatore di crisi futura dell’economia. Sugli utili sono possibili delusioni per singole società, dopo l’ubriacatura degli stimoli fiscali 2018, ma il trend generale è visto in tenuta. Certamente la minore liquidità da riduzione del bilancio Fed pesa ed è uno dei motivi di forte rialzo del Vix, salito venerdì sopra quota 30. Con questa situazione occorrerà convivere ancora per alcuni mesi.

Arriviamo quindi all’aspetto più importante per chi ci legge, ovvero Wall Street. Una prima considerazione si impone: la volatilità torna a essere asset decisivo nella creazione di profitti, nel senso che va cavalcata con gli strumenti disponibili (Etf per la maggior parte degli investitori e opzioni per quelli più dinamici). Ciò potrebbe durare per alcuni mesi. Bene pure l’oro, rifugio di fronte alla minore liquidità da Fed, sebbene collimante con livelli importanti (forte resistenza a 1246 $ - media mobile 200 sedute a 1.253 $). L’aspetto più sostanzioso sta però nel sentiment sull’S&P 500. Che è correttivo nel breve termine ma fortemente rialzista – e questa è la sorpresa – nel medio. Da Bank of America Merrill Lynch viene visto a 2.900/3.000 punti per fine 2019 contro l’ultima chiusura a 2.416. Da Morgan Stanley si prevede un allineamento all’obiettivo – ormai mancato – dei 2.750 per la chiusura del 2018. Da Jefferies Financial Group il target è a 2.900 punti, in un quadro di ciclo maturo seppur non ancora finale. Da Goldman Sachs e Barclays visioni altrettanto ottimistiche di raggiungimento dei 3.000 punti. Wells Fargo va addirittura oltre, vedendo ottime occasioni in previsione di un fine 2019 a 3.079 punti. Citigroup, JP Morgan, Credit Suisse e Ubs sono iper ottimistiche, pronosticando la rottura di quota 3.100. In conclusione si direbbe che i “bullish” abbiano il sopravvento. O tutta l’industria finanziaria è diventata improvvisamente dissennata oppure i mercati stanno esagerando nel valutare il rischio recessione. In effetti i diversi indicatori economici condividono la seconda opzione, poiché spostano un possibile rallentamento dell’economia Usa al 2020.

Di qui un’ovvia conclusione, riferita all’analisi tecnica dell’S&P 500. Che dà segnali molto chiari:

Proseguimento del trend negativo

Sotto i 2.580 punti

Fase di consolidamento

Fra 2.580 e 2.872 punti

Consistente rimbalzo

Sopra i 2.872 punti

In sintesi: Wall Street forse si sta sgonfiando più a causa di un eccesso di comunicazione da parte della Fed che per reali timori recessivi. Il quadro potrebbe essere quindi meno cupo di quanto si sostiene e riservare positive sorprese dopo mesi ancora improntati alla massima volatilità.

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