Risposte alle vostre domande – Come ci si protegge sul dollaro?

Ci sono modalità altamente professionali e altre più semplici. Fra queste approfondiamo il tema dei conti in valuta. Che comportano molti più vantaggi di quanto spesso si pensi.

Cedole & dividendi

Chi detiene obbligazioni e azioni in valute diverse dall’euro pone di frequente domande su come gestire il rischio di cambio. Negli ultimi tempi non pochi lettori si sono rivolti a Lombard Report chiedendo delucidazioni in merito. Le maggiori attenzioni su come proteggersi riguardano in particolare il dollaro ma di fatto il problema coinvolge logicamente tutte le divise.

La risposta è triplice.

► Da una parte ci sono modalità più professionali, quali per esempio l’utilizzo di derivati e/o contratti a termine, che richiedono però conoscenze specifiche molto elevate, con il rischio di significative perdite nel caso di strategie sbagliate e di costi rilevanti. Inoltre la maggior parte degli intermediari non concede il posizionamento su questi strumenti ai piccoli e medi investitori, scelta più che corretta.

► In mezzo si colloca una modalità tipica del Forex, consistente nell’aprire una posizione valutaria short su una piattaforma specifica del settore e nel depositare una cifra rapportata all’investimento in altri asset, quali obbligazioni o azioni. grazie alla leva, che può variare di caso in caso. Il relativo importo si muove favorevolmente in presenza di fluttuazioni negative del cambio. Se accade l’opposto si determina logicamente una perdita.

► Infine ci sono modalità più semplici, consistenti in:

1°) Conti in valuta

2°) Etn/Etf valutari.

I conti in valuta sono la soluzione idonea a chi non vuole rischiare. Nel caso, per esempio, si siano acquistati bond in dollari Usa a un certo cambio, tutti gli incassi delle relative cedole avvengono a conversione bloccata, in presenza sia di un rafforzamento sia di un indebolimento della valuta. La trasformazione in euro sarà quindi decisa dal singolo investitore quando le condizioni del cambio si riveleranno più favorevoli, incrementando così la redditività di medio e lungo termine del relativo portafoglio. In questo modo poi si evita di riconoscere all’intermediario il cosiddetto spread sul cambio, che si paga solo al versamento di liquidità in entrata o in uscita dal conto e non nelle eventuali operazioni intermedie, fatto molto importante per esempio per chi acquista frequentemente azioni a Wall Street.

Facciamo un’ipotesi concreta. Mettiamo il caso di aver aperto un conto in $ nel 2014 a un cambio di 1,30. Sono poi stati acquistati per esempio due bond, di cui uno rimborsato nel 2016 e uno con scadenza 2020. Tutte le cedole pagate da allora risultano incassate – da un punto di vista contabile – sempre a 1,30, mentre il capitale dell’emissione scaduta lo è stato a quel cambio solo se ciò è avvenuto sul conto in divisa, per poi magari essere trasferito su un’altra obbligazione, immessa in portafoglio quindi appunto a 1,30. Alla fine del 2016, con un cambio €/$ a 1,06, si poteva decidere di permutare in euro la liquidità detenuta sul conto e di vendere il bond 2020. I profitti riscossi sarebbero stati incrementati da due fattori: le cedole incassate a 1,30 avrebbero migliorato la performance globale e non di poco, dato che in caso contrario il pagamento sarebbe avvenuto con un rapporto di cambio via via più compresso rispetto a quello finale: per esempio a 1,20 e poi a 1,10. Invece con il conto in divisa il monte cedole si è accumulato restando al valore iniziale di 1,30.

Logicamente ogni cedola ha comportato il pagamento della ritenuta fiscale. Quest’ultima, seppure espressa in dollari, è stata poi cambiata in euro al valore del giorno di stacco anche quando ciò non sia eventualmente indicato sulla contabile emessa dall’intermediario: il fisco italiano ragiona comunque in euro e non potrebbe essere diversamente. Di qui nasce forse l’equivoco di chi sostiene che l’incasso cedole con un conto in valuta si realizza al cambio dell’operazione. Contabilmente no, fiscalmente sì.

Caso opposto rispetto al primo. Si è aperto il conto a 1,06 ma il dollaro si è successivamente indebolito sull’euro. In questo caso è evidente che la perdita viene “nascosta” poiché non si ha un’attualizzazione nella divisa di partenza dell’investitore, nel nostro caso l’euro. Tuttavia l’incasso cedole resta fermo a 1,06, il che si trasforma in un vantaggio solo a condizione che un’eventuale conversione del capitale detenuto sia realizzato in seguito a condizioni migliori, cioè sotto 1,06. E’ pur vero che uno stacco per esempio a 1,10 e poi a 1,20, senza conto in divisa, avrebbe comportato un’inevitabile progressiva decurtazione dell’importo riscosso in euro, il che non avviene se ci si protegge appunto con il c/c in divisa.

Il conto in valuta è determinante anche da un altro punto di vista: ogni volta che si acquista o si vende un prodotto finanziario in una moneta diversa dall’euro si paga uno “spread” all’intermediario, il che dipende da vari fattori. Con il c/c per esempio in dollari ciò avviene solo al trasferimento iniziale o finale, poiché tutte le operazioni intermedie si effettuano appunto in $. Il bilancio finale può essere talvolta nettamente a favore di chi ha scelto quest’alternativa ma attenzione al limite di detenzione di liquidità. Nell’arco dell’anno la giacenza complessiva di tutti i depositi e conti correnti in valuta intrattenuti non deve essere superiore a 51.645,69 euro (gli ex 100 milioni di lire) per almeno sette giorni lavorativi continui, utilizzando per il calcolo della giacenza il cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento cioè al 1° gennaio (circolare ministeriale n° 165 del 24/6/1998). In caso contrario si va in dichiarazione per eventuali profitti derivanti appunto dal cambio. Sono esclusi naturalmente gli investimenti in bond, azioni o altro. Per il calcolo della giacenza complessiva devono essere sommati tutti i controvalori dei depositi e conti intrattenuti anche in valute diverse e su differenti intermediari.

Gli Etn/Etf valutari sono una soluzione altrettanto efficace ma già più complessa nell’utilizzo, poiché occorre un movimento effettivamente direzionale del cambio, caso piuttosto raro per il cross per esempio euro/dollaro. L’Etfs Short Usd Long Eur (Isin JE00B3SBYQ91) è concepito per offrire agli investitori un'esposizione al dollaro statunitense con riferimento all'euro replicando il Msfx Short Us Dollar/Euro Index (TR), che mira a riflettere il rendimento di una posizione in contratti forward rinnovati su base giornaliera. Se il biglietto verde si rafforza l’Etn/Etf si indebolisce, mentre avviene l’opposto in caso contrario. Logicamente con questo strumento occorre effettuare un investimento pari al portafoglio che si intende proteggere dal rischio di cambio, il che rappresenta un difetto non trascurabile.

In sintesi – La soluzione del conto in valuta non è una panacea perché comporta dei limiti ma – se adeguatamente gestita – risulta in assoluto la più efficiente e meno costosa forma di protezione.

Nessun commento

I commenti dei lettori

Non ci sono commenti per questo articolo. Vuole essere il primo a commentarlo?

Lascia un commento