Bond, una corsa smisurata. Ormai è bolla. Dove si trova ancora valore


Una situazione impensabile solo sei mesi fa. Attenti intanto alla Lagarde: una non esperta alla Bce potrebbe fare guai. Otto consigli per restare attivi sui mercati.

Cedole & dividendi

Imprevedibilmente straordinario: il balzo delle quotazioni obbligazionarie è andato in direzione contraria rispetto alle previsioni preminenti del 2018 e - fatto ancor più inatteso - ha coinvolto sia il dollaro sia l’euro sia infine altre aree monetarie. Tutto bene quindi? Sì per chi sta traendo profitti da questa sgroppata delle quotazioni in un quadro generale comunque sempre più complesso. Ora alcuni plaudono alla nomina di Christine Lagarde al vertice della Bce e vedono nella scelta un motivo di stabilità per l’area euro ma basterebbe leggersi alcuni iper critici articoli della stampa francese e tedesca (sulla persona e sul metodo della scelta, dettata da oscuri poteri forti) per rendersi conto che c’è poco da celebrare. Il tutto poi ha confermato quanto scrivevamo due settimane fa: le Banche centrali sono diventate oggetto di vergognose brame politiche. E così c’è già chi prevede guerra nei prossimi mesi e anni fra una componente rigorista e una accomodante all’interno della Bce. Che potrebbe addirittura portare Germania, Olanda e altri Paesi a bloccare le nuove emissioni in presenza di un Quantitative Easing 2!

Si consideri poi che se nei risultati concreti ha fallito un Draghi, certamente ineccepibile dal punto di vista tecnico, figurarsi cosa farà una non esperta come la Lagarde nel combattere quello che gli economisti a lei vicini già definiscono un nuovo rischio deflazione. Il Bund al quasi -0,4% è un segnale in tal senso? Analizzando i valori dell’inflazione nei vari Paesi europei non si direbbe, perché a est e a nord c’è chi supera ampiamente il 2%, anzi perfino il 3%. E’ pur vero che i dati economici sono in forte peggioramento. Di qui la facilità nel prevedere scontri epici all’interno della Bce, con una variabile aggiuntiva, il peso delle parole. Draghi ha sempre assopito con i suoi tecnicismi ma non ha mai commesso la benché minima gaffe! Cosa riuscirà a fare la signora dagli elegantissimi capelli bianchi?

Lasciateci fare allora una previsione: i prossimi anni saranno un terreno di iper volatilità per i mercati obbligazionari, anche perché quella in cui oggi ci troviamo è una vera gigantesca bolla. Ha senso, per esempio, un decennale francese al -0,092% quando il rapporto debito/Pil del Paese transalpino ha sfiorato il 100%? Con domande simili potremmo proseguire all’infinito ma a voi lettori interessa capire se ci sono ancora margini per investire in ambito obbligazionario. Ecco allora alcune idee basate su una specie di classifica delle potenzialità operative utili per i prossimi tempi.

1°) La volatilità appunto – Preparatevi a movimenti repentini dei corsi, che d’altra parte si sono già evidenziati nelle ultime sedute. Un esempio l‘ha fornito il quasi esordiente Cdp 2026, il quale ha confermato una variabilità delle quotazioni ben superiore alle aspettative. Tutti i titoli di Stato ne saranno coinvolti e in misura minore solo i corporate, penalizzati dai prevalenti tagli 100.000. La strategia “buy and hold” (compra e tieni) perde quindi peso, salvo per chi sia entrato su livelli di prezzo interessanti, soprattutto in presenza di cedole significative.

2°) Le nuove emissioni – Torna d’attualità l’opzione di acquistare bond debuttanti il più vicino possibile all’avvio di quotazione, per puntare su veloci rimbalzi. Nelle ultime settimane questa tecnica operativa ha consentito ottimi profitti ma richiede naturalmente prontezza di reazione e disponibilità di informazioni. Da notare comunque che i rendimenti annunciati per le emissioni in fase di debutto restano superiori rispetto alla situazione post 2015, cioè all’esordio del Qe 1 in area Bce, segnale di cui tenere conto. E’ in ogni caso nel contesto del dollaro che questo tipo di operatività rende di più, sia perché la Fed si appresta a tagliare i tassi sia perché l’offerta è molto più ampia, sebbene negoziabile quasi solo sul mercato “Otc”.

3°) Btp ancora con margini – Le valutazioni in merito sono complesse, ma - salvo sorprese politiche - il rendimento del decennale italiano potrebbe scendere ulteriormente. Facciamo due conti: l’1,57% toccato giovedì rappresenta un nuovo sostegno. Rispetto a un anno fa si tratta di una marcia indietro del 35,9% contro il -75,3% del collega portoghese e il -45,7% di quello greco. Evidenti i margini di possibile ulteriore compressione degli yield. I calcoli matematici dei “pivot point” danno questi numeri per i supporti: 1,64%, poi 1,60% e quindi 1,50%, di fronte all’1,74% di venerdì. Si potrà scendere sotto l’1%? Solo in presenza di un Qe2 pesante.

4°) I cortissimi Usa – La “yield curve” dell’area Fed ha assunto un’inclinazione negativa fino ai 3 anni per poi appiattirsi sino ai 5 e trasformarsi infine in realmente rialzista oltre i 10 anni. E’ evidente che, in situazioni di questo tipo, puntare sul cortissimo è meglio in termini di rischio/rendimento ma il problema sta nel fatto che le emissioni con scadenza fino al 2021/2022 o sono illiquide o talvolta presentano spread denaro/lettera poco appetibili. Delle occasioni tuttavia di tanto in tanto si manifestano. Vanno afferrate.

5°) “Belle” inefficienze – Il problema delle “yield curve” anomale non interessa solo l’area Fed ma anche molti mercati emergenti, con in più la presenza di inefficienze di prezzo dovute a situazioni contingenti che si possono manifestare di seduta in seduta. Se si sanno cogliere, per esempio sulle emissioni in real brasiliano o in peso messicano o in lira turca – per citare tre esempi – si portano a casa plusvalenze interessanti, che sono quasi dei regali inattesi.

6°) Gli emergenti, sempre loro – Non li collochiamo al primo posto della nostra selezione operativa ma se lo meriterebbero perché i rendimenti restano interessanti, sebbene altrettanto in compressione. In alcuni Paesi l’inflazione sta riducendosi (e questo è effettivamente un brutto segnale per l’economia mondiale) e anche lì i tassi scendono. Di fronte a un dollaro meno aggressivo, a una politica Fed più distensiva e agli umilianti yield europei è in questo contesto che al momento si ha del valore da cogliere.

7°) I Tier 2 bancari – Sono pochi ma se aggregati con alcuni “step up” e dei “fix float” (tassi misti) sempre bancari, che quotano ancora sotto 100, rappresentano una delle poche aree del contesto euro dove un po’ di rendimento si trova, con una certa tranquillità dovuta a un eventuale Qe2 e al nuovo Tltro, che quanto meno un po’ di sicurezza agli istituti di credito la darà.

8°) Gli Etf ad alta cedola – Sono uno dei cavalli di battaglia della rubrica “Cedole & dividendi” di Lombard Report. Si tratta di high yield in dollari, high yield in euro, governativi e corporate dei Paesi emergenti nonché CoCo bancari. Di tutti sono disponibili replicanti anche con copertura del cambio – quando espressi in dollari – che garantiscono buoni rendimenti. Il mercato li ha fatti suoi da tempo ma non sempre gli investitori ne sanno apprezzare le qualità.

Chi è passato attraverso il Qe1 non si spaventerà della nuova fase di compressione degli yield obbligazionari ma questa si sta certamente manifestando con una foga improvvisa. Quanto durerà? C’è chi prevede tempi lunghi e chi invece appare più ottimista. Il mondo governato da twitt vive nella più totale isteria, dove i pronostici durano il lasso di qualche ora o di qualche giorno. Anche in tema di politiche monetarie e quindi di rendimenti attendiamoci situazioni instabili. L’epoca delle certezze e della continuità appartiene ormai al passato. Facciamocene allora una ragione!

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