Il tonfo della sterlina non muove l'EuroDollaro

EurUsd (PC: 1,1197)


Ancora una settimana interlocutoria, conclusasi con un nulla di fatto: dopo un avvio d'ottava al test della forte resistenza a 1,1300 (nuovo massimo 1,1287 lunedì 5 giugno), le quotazioni ridiscendono verso 1,1165, confermando così i segnali di perdita di spinta della settimana precedente. Il cambio EurUsd non risente, neppure in termini di volatilità, dello scivolone subìto dalla sterlina inglese a seguito dell'esito elettorale decisamente insoddisfacente del partito Tory al governo.


Finché l'euro rimane al di sotto della valida resistenza a 1,1300, che aveva contenuto lo sbuffo rialzista nelle prime ore successive alla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali dell'8 novembre, mancano ancora segnali chiari di rinnovata forza della divisa unica su orizzonti plurimensili.


L'impostazione tattica rimane comunque a favore dell'euro, purché eventuali storni si mantengano al di sopra di 1,0950. Un segnale distensivo convincente si avrebbe solo alla violazione del forte supporto a 1,0840, al momento improbabile.


Nonostante l'indebolimento degli ultimi mesi, strategicamente il dollaro USA rimane ancora una divisa forte, favorito dalla divergenza tra le politiche monetarie della Fed e della Bce. Difficilmente la Fed potrà però spingersi oltre ulteriori 2 rialzi nel corso del 2017 (dopo il rialzo dello scorso 15 marzo e del 14 dicembre, entrambi dello 0,25%; il rialzo precedente, anch'esso di 25 b.p., era avvenuto il 16 dicembre 2015, il primo dopo 7 anni di tassi fermi allo 0,25% nel periodo dicembre 2008 - dicembre 2015).


Se pensiamo poi che negli ultimi 10 anni il rialzo complessivo è stato finora dello 0,75%, partendo da tassi prossimi allo zero (la cosiddetta ZIRP, zero interest rate policy) e che il Bilancio Fed rimane stabile dall'ottobre 2014 sui picchi a ridosso di 4500 miliardi di dollari, si comprende bene come il contesto della politica monetaria Usa rimanga ancora decisamente espansivo, nonostante i recenti rialzi. I timidi rialzi che la Fed sta portando avanti servono solo a ridurre in parte una situazione che rimane strutturalmente squilibrata, come del resto capita anche negli altri Paesi sviluppati, a partire dai tassi negativi del Giappone ai tassi schiacciati verso lo zero nell'area euro. E la modalità con cui le Banche Centrali, in tutto il mondo, hanno deciso di gestire l'enorme mole dei debiti pubblici fuori controllo in un contesto economico stagnante: tassi bassi ed inflazione, negli auspici, in risalita verso il 2%, in modo che rendimenti reali negativi abbattano il valore reale dei debiti.


In tale contesto generalizzato di tassi bassi, la Bce risulta comunque tendenzialmente più espansiva della Fed e questo aspetto gioca ancora a favore del biglietto verde contro euro.
Da aprile, tuttavia, le iniezioni di liquidità della Bce sono scese da 80 a 60 miliardi di euro al mese, e sono destinate a terminare, se il programma non sarà ulteriormente prolungato, a fine 2017: in prospettiva ciò potrebbe portare ad una stabilizzazione dell'euro su orizzonti strategici. Le prospettive di un tapering da parte della Bce, alla luce anche della risalita dell'inflazione nell'area euro verso l'1,9%, potrebbero però scemare in caso di una prosecuzione della  risalita dell'euro, che avrebbe infatti un impatto di contenimento della ripresa dell'inflazione. In tal senso un rialzo dell'euro tenderebbe ad auto-frenarsi e non sembra quindi possa avere sviluppi rialzisti importanti.

OPERATIVAMENTE: è opportuno mantenere posizioni lunghe strategiche sul dollaro USA; ridiscese dell'eurusd verso 1,0800/0840 sarebbero un'occasione di alleggerimento delle posizioni in dollari in ottica tattica.

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