Riforma fiscale Trump

Come è risaputo, l'amministrazione Trump ha appena varato una riforma fiscale che comporta un taglio alle tasse di portata "storica", come non si vedeva dai tempi della Presidenza di Ronald Reagan (1981-1989). Si tratta di una sforbiciata di circa 1.500 miliardi di dollari nell'arco di dieci anni, con un taglio massiccio dell'imposizione fiscale sulle aziende dall'attuale 35% al 21%, che potrebbe avere importanti effetti propulsivi sulla crescita economica e, di conseguenza, anche sui listini azionari, il cui trend rialzista è sicuramente maturo (il rialzo è partito nella primavera del 2009), ma non accenna a dare segnali di esaurimento, anzi.


Il lato debole della riforma riguarda il rischio di una lievitazione del deficit federale: siccome non esistono pasti gratis, la spesa, se non finanziata dall'imposizione fiscale, genera deficit, inflazione, debiti il cui fardello viene caricato sulle generazioni future: una sorta di "tassazione differita". Se quindi, per ipotesi, il calo delle tasse dovesse traslarsi pari pari sul disavanzo e sull'inflazione si dovrebbe dire che non è un vero taglio dell'imposizione fiscale ma solo un suo differimento nel tempo, eventualmente con effetti redistributivi. Quanto in effetti accadde in parte negli anni '80 anche al Presidente Reagan, il cui taglio fiscale ebbe sì effetti positivi sulla crescita economica ma si scaricò anche in un notevole incremento del disavanzo e del debito federale. Reagan aveva fatto affidamento sulla famosa "Curva di Laffer", la quale mostra come mano mano che si incrementa la pressione fiscale anche il gettito aumenta, ma a tassi decrescenti, per poi addirittura scendere oltre certi livelli di imposizione talmente vessatori da determinare una contrazione tale dell'iniziativa imprenditoriale e dell'attività economica da risultare controproducente. Un taglio dell'imposizione fiscale dovrebbe quindi finanziarsi, almeno in parte, proprio grazie al meccanismo descritto dall'economista Arthur Laffer. Sperare in un effetto di compensazione totale, tuttavia, sarebbe ingenuamente ottimistico, come evidenziato anche da esponenti del mondo conservatore americano. Secondo le stime della Commissione bipartisan sulla tassazione (Jct), la crescita economica indotta dai tagli alle tasse riuscirebbe a compensare solo 407 miliardi di dollari su 1.500 miliardi di costo complessivo della riforma nel prossimo decennio.


È quindi probabile che la riforma fiscale avrà un impatto negativo sui conti pubblici, con possibili effetti inflazionistici e di deprezzamento del dollaro.
Quindi bene per le Borse ma male per il dollaro. Il biglietto verde, infatti, è già da molti mesi sotto pressione, nonostante la Fed stia proseguendo nel cammino di rialzo dei tassi e abbia manifestato l'intenzione di iniziare a sgonfiare il proprio Bilancio, stabile poco sotto i picchi toccati con la fine del terzo round di easing quantitativo nell'ottobre 2014 a 4.500 miliardi di dollari.

EurUsd (PC 1,2140)

Sempre molto debole il biglietto verde. Nelle ultime sedute il cambio EurUsd riprende a salire con slancio, portandosi a registrare un nuovo picco sul finire d'ottava a 1,2173, sui massimi da gennaio 2015. Il deprezzamento del dollaro Usa contro euro, rispetto al picco a 1,0340 del 3 gennaio 2017, corrisponde a circa il 15%.

La debolezza del dollaro non è frenata dai progressivi rialzi dei tassi che la Fed sta portando avanti. Come mai?

La motivazione di fondo della marcata debolezza del dollaro sembra risiedere nella nuova politica fiscale dell'amministrazione Trump, che prevede un taglio di 1.500 miliardi di dollari alle tasse nei prossimi 10 anni. Una manovra decisamente espansiva, che dovrebbe avere un impatto positivo sulla Borsa a stelle e strisce.

Diverso è però l'impatto sul cambio. Visto che i tagli alle tasse non saranno accompagnati da una riduzione della spesa pubblica, la manovra avrà una conseguenza negativa sul deficit federale, che potrebbe innalzarsi ​per circa 1.100 miliardi di dollari (non per i 1.500 del taglio in quanto la riduzione dell'imposizione fiscale dovrebbe avere comunque un effetto espansivo sull'attività economica e quindi "ripagarsi" almeno in parte).

Graficamente, finché le quotazioni si mantengono al di sopra di 1,1900 il tono rimane positivo per l'euro, che potrebbe spingersi oltre 1,2200 in direzione della forte resistenza in area 1,2500/2570. Un segnale distensivo per l'euro si avrebbe solo su ridiscese al di sotto di 1,1800 (al momento poco probabile).

(L'autore del presente articolo non è iscritto all'ordine dei giornalisti e potrebbe detenere i titoli oggetto dei suoi articoli)

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