Dazi Usa all’import: le Borse temono una guerra commerciale


Il presidente americano Donald Trump ha firmato un memorandum che dà mandato al Tesoro di imporre tariffe sulle importazioni dalla Cina. Alla vigilia dell'entrata in vigore dei dazi su acciaio e alluminio, che tuttavia escludono per ora l’Unione Europea, si allargano quindi le misure di freno alle importazioni. 


Le nuove misure restrittive riguardano circa 1.300 prodotti, in diversi settori merceologici, dalle calzature all’elettronica, per un valore stimato annuo di circa 60 miliardi di dollari. Le restrizioni mirano a contenere il fortissimo surplus di 376 miliardi di dollari annui a favore di Pechino, una priorità per Trump, che forse sta già guardando alle elezioni di metà mandato del 6 novembre 2018, dove sarà rinnovata la Camera ed un terzo del Senato. L’”America first” può diventare un buon modo per aumentare il consenso e non perdere il controllo del Congresso, che azzopperebbe l’ultimo biennio della Presidenza Trump: ci sono pochi dubbi sul fatto che Trump sia disposto a giocare tutte le carte a disposizione, pur di non diventare una “lame duck”, un’anatra zoppa. 


Non sono ancora chiari tutti gli obiettivi perseguiti dall’Amministrazione americana: sembra di potere dire, tuttavia, che gli Usa intendano abbandonare definitivamente la stagione del multi-lateralismo, per iniziare relazioni bilaterali in cui la leva economica sarà probabilmente usata in modo funzionale ad obiettivi non solo economici ma anche politici e di sicurezza nazionale in prospettiva strategica. Passerà sicuramente molto tempo prima che l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) definisca delle linee di azione per gestire il nuovo quadro competitivo.

Per il momento occorre quindi prendere atto dell’inizio di una nuova stagione nel commercio internazionale, con ovvie ripercussioni politiche nelle relazioni tra Paesi. Non ci sono dubbi che le restrizioni al commercio internazionale accresceranno i conflitti, con una ricaduta negativa per la crescita economica mondiale: sono queste probabilmente le motivazioni alla base dello scivolone delle Borse e della crescita della volatilità e della sua crescente instabilità.


Non ci sono dubbi: il primo trimestre 2018 segna una cesura chiara rispetto alla dinamica uniformemente positiva del 2017. Anche se rimane prematuro ipotizzare inversioni al ribasso dei mercati finanziari, sembra probabile che il rischio sarà maggiormente preso in considerazione dai gestori, e la ricerca del valore sempre più difficile, considerati anche i rischi di una generalizzata risalita dei tassi di interesse, prima negli Usa e, magari tra due-tre anni, anche nell’area euro.
Se poi gli Usa spingeranno per un forte deprezzamento del dollaro le ripercussioni saranno ancora maggiori, e si rischierebbe una forte sottoperformance dei mercati azionari europei rispetto agli Usa, se valutati in dollari. Un dollaro debole, di per sé, contribuisce infatti a sostenere la Borsa a stelle strisce: una cosa però è un rialzo borsistico accompagnato da un dollaro forte, come nei primi due mesi dopo le elezioni Usa del novembre 2016; tutt’altra cosa, invece, una Borsa che sale solo grazie alla discesa del cambio, configurando un rialzo assai poco virtuoso, e quindi meno sostenibile nel lungo termine.

Stiamo quindi entrando in acque turbolente: più che le previsioni la differenza la farà la gestione del rischio, premiando la velocità negli aggiustamenti dei portafogli all’accresciuta volatilità. Rimanere fermi, seduti su un’esposizione azionaria elevata, potrebbe fare molto male. Prudenza, quindi, sembra essere la parola d’ordine per il 2018.

(L'autore del presente articolo non è iscritto all'ordine dei giornalisti e potrebbe detenere i titoli oggetto dei suoi articoli)