Borsa nervosa e dollaro in altalena

EurUsd (PC 1,2330)

Prosegue l'incertezza sul mercato azionario Usa: dopo un avvio del mese di febbraio al cardiopalma, con un forte scivolone dell'S&P500 (quasi -12%) ed un contestuale rilmbalzo del dollaro Usa (contro euro da 1,2540 a 1,2200), ed una settimana di rimbalzo a "V" che riporta l'S&P500 a meno di 4 punti percentuali al di sotto dei picchi del 26 gennaio, la scorsa ottava si assiste a nuovi ripiegamenti dell'indice e a una veloce ridiscesa dell'EurUsd da 1,2350 a 1,2150, con un recupero sul finale di settimana dell'euro che risale al di sopra di 1,2300.

Al di là dei fattori "prossimi" che possono avere innescato i realizzi sulla Borsa - tra cui l'ipotesi di assistere a 3-4 rialzi dei tassi da parte della Fed nel corso dell'anno e l'introduzione di dazi alle importazioni Usa - si conferma la persistente correlazione inversa tra la Borsa Usa, da un lato, e l'andamento del dollaro Usa e del Vix, dall'altro. In tal senso la tenuta del supporto in area 1,2150-1,2200 sul cambio Eurusd diviene importante pena non solo uno scivolone verso l'area di supporto 1,1900-1,2000 ma anche perché si accompagnerebbe, verosimilmente, ad una seconda gamba ribassista sull'S&P500.

Il quadro di fondo, tuttavia, rimane inalterato, con un dollaro ancora "strategicamente" debole, soprattutto a causa della politica fiscale fortemente espansiva approvata a dicembre dal Congresso statunitense. Un drastico taglio dell’imposizione fiscale – pari a circa 1.500 miliardi di dollari in 10 anni – che si tradurrà probabilmente in un forte volano per la crescita dell’economia, e indirettamente della Borsa, a scapito però del dollaro Usa e del disavanzo federale, destinato a crescere, in assenza di contestuali tagli alla spesa pubblica per almeno 1.100 miliardi di dollari, visto che solo 400 miliardi di $ dovrebbero essere recuperati dalla crescita economica indotta dai tagli all’imposizione fiscale (l'effetto descritto dalla "curva di Laffer").
L'indebolimento del dollaro, per di più, non è soltanto "accettato" ma anche "voluto" dall’amministrazione Trump, che sta anche adottando politiche commerciali aggressive di ostacolo all’import con dei dazi che stanno innervosendo i partner commerciali degli Usa, dalla Cina alla Corea del Sud all’Unione Europea.


Per le prossime settimane, tuttavia, sembra probabile una fase di assestamento, con l'Euro/dollaro che potrebbe muoversi in area 1,2150-1,2550: un segnale direzionale si avrebbe solo con la fuoriuscita da tale intervallo. Una rottura al ribasso implicherebbe la possibilità di uno storno verso 1,2000-1,1900  e si accompagnerebbe, con buona probabilità, ad una seconda gamba ribassista sull'azionario. 


Se invece l'EurUsd riuscisse a superare i massimi di periodo (prematuro) si potrebbe addirittura aprire uno scenario di nuovi massimi, con obiettivo importante nei mesi a venire la resistenza strategica a quota 1,3000.
In tal caso avremmo anche un segnale che il brutto svarione borsistico di inizio febbraio si può archiviare e ritornare positivi.

Per il momento, stante il quadro tecnico contrastato sulle Borse, né positivo né negativo ma sicuramente nervoso, è necessario mantenere alta la guardia. Il contesto rimane instabile e completamente diverso rispetto a quello del 2017, ragion per cui si impone un controllo del rischio molto più stringente.
 

(L'autore del presente articolo non è iscritto all'ordine dei giornalisti e potrebbe detenere i titoli oggetto dei suoi articoli)

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