Orso o toro - Borse dei mercati emergenti, chi vince e chi perde. E attenzione a non sbagliare

Un confronto delle performance evidenzia sorprese e delusioni. Inoltre alcuni Etf di nicchia che hanno messo a segno buoni risultati. E anche alcuni suggerimenti per evitare passi falsi.

Hot markets

Doveva essere l’anno degli emergenti. Lo è stato solo in parte, poiché nella classifica mondiale delle performance le Borse dei Paesi sviluppati si collocano ampiamente ai primi posti, per quanto allineate ad alcuni dei “movers” del fronte “emerging”. Inutile sottolineare che in realtà la leader in assoluto resta una volta di più quella di Caracas, riferita a una nazione in default e quasi in preda alla guerra civile. Ha messo a segno un +880%, che nulla però vuol dire, poiché attinente una piazza nelle mani di un'élite finanziaria che la gestisce come meglio ritiene.

Cominciamo allora dalla classifica dei 17 indici nazionali più seguiti da chi si occupa di mercati emergenti.

Paese

Indice

+ o – da 1/1/19

Cina

Csi 300 Shanghai Shenzhen

+14,4%

Argentina

Merval

+11,8%

Russia

Moex

+10,5%

India

S&P Cnx Nifty

+9,0%

Arabia Saudita

Tasi

+9,0%

Brasile

Bovespa

+6,5%

Taiwan

Twse

+6,2%

Hong Kong

Hang Seng

+5,8%

Africa

Ftse/Jse Africa Top 40

+3,7%

Filippine

Psei

+3,7%

Thailandia

Set

+3,2%

Messico

Ipc Mexbol

+2,8%

Corea

Kospi

+0,2%

Indonesia

Jakarta Composite

-2,2%

Cile

Ipsa

-4,1%

Malesia

Ftse Bursa Malaysia

-5,5%

Turchia

XU100

-5,7%

Commento – Le valutazioni riferite ai singoli Paesi sono ovvie. Meno lo è il fatto che si confermi un trend considerato superato: consiste nella supremazia dei maggiori mercati “emerging”, visto che fra i primi sei si collocano i quattro big Cina, Russia, India e Brasile, al contrario delle previsioni di inizio anno, che vedevano favorite le Borse minori soprattutto del contesto asiatico. La guerra dei dazi sembra aver colpito proprio queste ultime.

Sul fronte Etf invece…

Attenzione a conclusioni affrettate. Le performance degli Etf “emerging” sono influenzate positivamente o negativamente da fattori valutari, poiché spesso gli indici di riferimento hanno come divisa di denominazione il dollaro Usa, il che porta a complesse triangolazioni con esiti finali diversi rispetto alle singole Borse. Inoltre i benchmark possono essere strutturati in maniera differente, per esempio attraverso la selezione dei titoli più scambiati o con altre variabili. Ecco tre esempi, relativi sempre alle performance da inizio anno.

Borsa Russia

+10,5%

Xtrackers Msci Russia Cap Swap Etf

LU0322252502

+21,7%


 

Borsa Turchia

-5,7%

Ishares Msci Turkey Etf Usd

IE00B1FZS574

-15,9%


 

Borsa Messico

+2,8%

Xtrackers Msci Mexico Etf

LU0476289466

+6,7%%

Commento – Serve cautela nel prendere a riferimento i risultati dell’indice. Occorre invece seguire il singolo Etf, che può discostarsi per diversi fattori tecnici, esigendo un’attenta valutazione delle caratteristiche dello strumento che si vuol mettere in portafoglio.

Quando gli Etf sono di nicchia

Un altro suggerimento sta nel valutare anche Etf riferiti non a singoli mercati ma relativi all’intera area degli emergenti o a specifici sottostanti.

Ne segnaliamo alcuni che hanno messo a segno buoni rendimenti negli ultimi sei mesi.

Etf

Sottostante

Isin

Performance

Xtrackers S&P Select Frontier

Mercati di frontiera, ovvero quelli minori fra gli emergenti

LU0328476410

+11,8%

HANetf Emerging Markets Internet & Ecommerce

Società di mercati emergenti attive in Internet ed E-commerce

IE00BFYN8Y92

+8,9%

WisdomTree Emerging Markets SmallCap Dividend

Azioni a bassa capitalizzazione ma alti dividendi dei mercati emergenti

IE00BQZJBM26

+4,5%

WisdomTree Emerging Markets Equity Income

Azioni a elevata capitalizzazione e alti dividendi dei mercati emergenti

IE00BQQ3Q067

+3,2%

E ora cosa potrebbe succedere

L’ottimismo di inizio anno si sta un po’ stemperando per il solito motivo: le tensioni commerciali. Ma anche per complesse vicende politiche interne ai singoli Paesi. Il timore maggiore consiste in una paralisi delle trattative fra Usa e Cina. Queste alcune voci in merito.

Per M&G Investments un’evoluzione interessante riguarda il mercato obbligazionario: “Durante gli ultimi mesi, abbiamo cercato di stabilire se in seguito alle flessioni del 2018 i prezzi dei bond emergenti avessero raggiunto livelli più appetibili in un'ottica di lungo periodo, arrivando alla conclusione che sebbene sia possibile individuare valore fra i titoli governativi in valuta forte e in valuta locale, è il debito societario a offrire una vasta gamma di opportunità con un profilo di rischio/rendimento attraente. Nell’universo del reddito fisso, la sottoclasse di attivi costituita dalle obbligazioni corporate dei mercati emergenti ha beneficiato di una crescita particolarmente rapida negli ultimi dieci anni e oggi offre una scelta di investimenti ampia e variegata, in termini di aree geografiche, settori e affidabilità creditizia degli emittenti".

Per Gergely Majoros, analista di Carmignac la domanda di fondo è un’altra: meglio per il futuro la Cina o l’India, data per scontata la superiorità del contesto asiatico. Molti argomenti giocano a favore di Pechino nel breve termine. Sono gli effetti della politica espansiva in atto da mesi e la conclusione prevedibile della guerra commerciale con gli Usa. A favore invece dell’India influiscono la favorevole tendenza demografica oltre alle attese riforme strutturali, soprattutto dopo che il partito del primo ministro indiano uscente Narendra Modi ha vinto le elezioni, aumentando i propri seggi in Parlamento e staccando nettamente gli avversari.

Un gestore di Singapore, Daryl Liew, specializzato in mercati asiatici, ritiene che l’Indonesia – pure uscita da elezioni politiche – abbia buone prospettive economiche, sebbene l’esecutivo uscente non sia riuscito a raggiungere l’obiettivo annunciato di una crescita del Pil al 7%. Tuttavia la valutazione di credito dell’emittente governativo è salita a “investment grade” da parte delle maggiori agenzie internazionali, mentre i consumi interni sono vigorosamente in crescita (+5% nei primi mesi del 2019), grazie a specifiche misure di sostegno approvate negli ultimi mesi.

Oliver Bell di T. Rowe Price consiglia di guardare ai mercati minori asiatici e in particolare al Vietnam, favorito da un’economia solida e in forte crescita (+7% la previsione per il Pil nel 2019), grazie a un’espansione soprattutto interna, dovuta ai consumi, alle dinamiche di urbanizzazione e all’aumento dei salari. La Banca centrale è poi riuscita a tenere sotto controllo l’inflazione, evitando gli errori del passato.

In generale anche altri analisti reputano che i mercati asiatici abbiano buone prospettive di medio e lungo termine basandosi su uno sviluppo della middle class, confermata dalle valutazioni degli studiosi di fattori demografici, come avvalora questo grafico.

In sintesi – Se nel medio termine ci sono ancora incertezze sui mercati borsistici emergenti per vari e contrastanti fattori, la convinzione si trasforma in “strong buy” per il lungo termine, grazie a quella componente più volte proclamata in passato, che consiste nell’evoluzione demografica e soprattutto nell’entrata in scena di una “middle class” fortemente attratta dai consumi, proprio quando la stessa è destinata a comprimersi ulteriormente in Europa e negli Usa. Nessuno si esprime quindi sulle possibili evoluzioni dei prossimi mesi ma in molti suggeriscono di destinare nel lungo quote dei portafogli soprattutto ai mercati asiatici, non trascurando i cosiddetti Paesi di frontiera, che ancora una volta negli ultimi sei mesi hanno rilevato eccellenti performance borsistiche.

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