Btp: vendere, comprare o fare soltanto trading?


Tanti numeri per capire le possibili evoluzioni dei nostri governativi. Con i responsi alle tre domande del titolo e una conferma: è cambiato il loro ruolo di strumenti di investimento.

Cedole & dividendi

“Buy” o “sell”? Oppure solo strumenti di trading? I Btp, considerati vicini al default poco più di un anno fa, da qualche settimana sono tornati a rendimenti sotto l’1% per il decennale. C’è ora chi li vede allo 0,5% entro dicembre e chi invece li giudica già a un minimo invalicabile. Forse l’avvio del Quantitative Easing darà un po’ di forza in più ma la corsa sta per finire. Ed è bene che sia così, poiché altrimenti per un’altra volta l’Italia (e soprattutto i suoi politici) nasconderebbe sotto il tappeto delle falsità i propri problemi di debito e di relativa sostenibilità. Naturalmente noi ci interessiamo soltanto di operatività ed ecco allora alcune valutazioni sul momento dei titoli di Stato di casa nostra.

Analisi del decennale – Allo 0,93% della chiusura di venerdì il rendimento del 10 anni si è di nuovo collocato su livelli di debolezza di breve periodo. Niente di grave. Un’inversione rialzista e pertanto negativa per le quotazioni si avrebbe solo oltre l’1,032%, con ulteriori gradini all’1,196% e infine all’1,33%. Per registrare forza occorre il rientro allo 0,89% e poi allo 0,73%. Impensabili ma tecnicamente ipotizzabili il successivo 0,59% e addirittura lo 0,43%, sui quali scatterebbe un avviso di tragedia economica, con ulteriori rinforzi del Qe. La matematica esclude comunque uno 0% per il decennale italiano, nemmeno in presenza di Bund che scendesse sotto l’1,5% negativo di yield.

I numeri chiave – Consideriamo quindi l’1,2% come barriera sopra la quale i “sell” peserebbero molto, con possibili posizioni short sui relativi derivati. Passando a un’analisi del Btp long term future contro i 144,63 di venerdì troviamo un primo supporto a 141,33 e poi uno definitivo a 130,85, da dove era iniziata l’accelerata estiva. Per ora il raggiungere tale appoggio appare quasi inverosimile ed è più probabile che lo strumento continui a muoversi fra 146,3 (resistenza) e il supporto a 141,33. Sopra il primo livello i Btp volerebbero e sotto il secondo scivolerebbero indietro non di poco. L’Etf short a replica diretta (-1), che venerdì ha chiuso a 37,68 euro tornerebbe a riaccelerare solo alla rottura di 40,4.

Tre valori – quelli sottolineati – utili quindi per monitorare la situazione, che probabilmente resterà in parte volatile ma in un trend robusto ancora per lungo tempo. I numeri indicati sono assai precisi per fornire un riferimento oggettivo del contesto.

Il caso Bund – Lo si prevedeva all’1% negativo per l’avvio del Qe e invece il tedesco con scadenza 10 anni ha cambiato strada non di poco, risalendo dal minimo dell’anno del -0,743% a quota -0,5% per chiudere venerdì a -0,52%. Su questo livello si allontana il rischio di una forte deflazione di lungo periodo ma la conferma si avrà solo dopo la definizione degli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce. Il maxi piano di investimenti pro clima da parte di Berlino potrebbe essere invece un primo segnale del tentativo anche dei Governi di rialimentare inflazione, voluta per vari motivi:

1°) una normalizzazione dei tassi di interesse (sebbene nel lungo periodo);

2°) un tentativo di impattare positivamente sui passivi dei Paesi più esposti al problema, perché l’inflazione riduce i debiti;

3°) l’obiettivo di ridare slancio ai consumi grazie ad aumenti dei salari.

Il tutto va visto in una prospettiva di anni ma se le intenzioni fossero davvero queste inevitabili gli effetti su un progressivo sgonfiamento delle quotazioni dei titoli di Stato europei.  C’è chi mormora che il movimento degli ultimi giorni sarebbe per esempio da attribuire a vendite di Bund da parte di banche, assicurazioni e fondi pensione, con sedi fra Berlino, Francoforte e Monaco. Se così fosse ne vedremmo delle belle nei prossimi tempi.

L’operatività

Il contesto è quindi articolato e le domande da farsi sulla gestione dei Btp sono ineluttabilmente quattro.

Ci sono ancora margini per acquisti di lungo periodo? No. Nessun Btp quota ormai sotto 100, salvo lo 0,05% 2023 (Isin IT0005384497), attestato a 99,88 venerdì in chiusura con yield 0,07%! Collocarsi sui lunghi non ha altrettanto senso, poiché il delicato rapporto fra “duration” (sensibilità ai tassi) e rendimento appare semplicemente demenziale ed espone a rischi enormi. Un Btp 5% 2039 acquistato oggi determina un rendimento netto a scadenza dell’1,46% ma se fosse stato messo in portafoglio nel 2012 a 75 euro – sui minimi storici – garantirebbe il 6,3%. E’ come confrontare la cioccolata con il carbone? Ciascuno la veda come vuole ma esporsi per vent’anni sotto l’1,5% non ha assolutamente senso.

Ci sono ancora margini per acquisti di breve periodo? No. La curva dei rendimenti è negativa fino ai tre anni. Quindi nulla. Solo sui 5 anni (ma non è un breve periodo) si ottiene lo 0,477% lordo equivalente allo 0,417% netto. Eppure la curva del Btp conferma una piccola gobba proprio sul quinquennale, che quindi è più favorevole rispetto ad altre scadenze.

E’ il momento di vendere? Ni. Dipende da scadenza e rendimento non attualizzato a oggi ma in base al prezzo di carico. Se è rilevante e la cedola significativa meglio restare collocati, poiché uscendo occorrerebbe trovare alternative, oggi non facili. Una possibilità sta – se i profitti sono rilevanti – nel vendere una parte di eventuali vite residue lunghe e nel riposizionarsi su altre più corte e meglio ancora su un Cct o un Btp Italia, le cui quotazioni si muovono a grande prevalenza attorno a 100. Si rientrerà sui tassi fissi solo quando le quotazioni saranno scese e non di poco.

Fare più trading? . La trasformazione in atto sul mercato degli asset finanziari – a causa delle forzature imposte dalle Banche centrali – ha obbligato (e il trend si accentuerà in futuro) che chi cerchi rendimento nel tempo debba rivolgersi all’azionario ad alto dividendo e chi voglia fare trading debba cercare occasioni nell’obbligazionario. Per i Btp questa tendenza si sta accentuando e lo dimostra un fatto ignorato dai piccoli e medi investitori: la volatilità media è cresciuta e non di poco, soprattutto per le scadenze lunghe e per i Btp€i pure lunghi. La tabella lo dimostra e segnala come il 2067 sia salito addirittura sopra quota 20%, il che non era mai accaduto.

Titolo

Isin

Volatilità

Btp 2,8% 2067

IT0005217390

21,3%

Btp 2,7% 2047

IT0005162828

18,6%

Btp 3,25% 2046

IT0005083057

17,9%

Btp€i 1,55% 2041

IT0004545890

17,2%

Btp 4,75% 2044

IT0004923998

16,0%

Btp 5% 2039

IT0004286966

13,7%


Non si punti solo sui lunghissimi

Tutta la curva dei Btp si presta a veloci operazioni di entrata e uscita. Eccone alcuni molto trattati a tale scopo negli ultimi giorni. Volutamente indichiamo anche scadenze non troppo lunghe e dalla volatilità contenuta, destinate a chi voglia contenere i rischi.

Titolo

Isin

Volatilità

Min-max anno

Btp 0,65% 2023

IT0005215246

4,3%

94,2 – 102,2

Btp 4,75% 2023

IT0004356843

3,7%

111,0 – 118,7

Btp 1,5% 2025

IT0005090318

5,9%

94,8 – 106,8

Btp 1,25% 2026

IT0005210650

7,1%

90,8 – 105,8

Btp 1,35% 2030

IT0005383309

n.d.

102,2 – 105,2

Btp 2,25% 2036

IT0005177909

13,7%

85,1 – 114,4

Btp 4% 2037

IT0003934657

12,8%

106,4 – 139,5


In sintesi – I Btp stanno cambiando il loro ruolo di strumenti di investimento, trasformandosi da tipico asset per cassettista in “attrezzi” da trading. In realtà ciò sta avvenendo per l’obbligazionario in genere, con però nel caso dei nostri titoli di Stato una sicurezza di ben maggiore liquidità. Il fenomeno perdurerà almeno per anni e lo specializzarsi in tale forma di contrattazione diventerà sempre più redditizio perfino nell’intraday. In questo le Banche centrali hanno fatto un grosso regalo agli investitori più dinamici e molti se ne sono già ampiamente accorti.

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