Fisco - Quella mina vagante della doppia tassazione sui dividendi esteri


Cosa fare e cosa non fare. Come funziona il duplice meccanismo di prelievo alla fonte e poi in Italia. Quali sono i Paesi più favorevoli da questo punto di vista.

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Siete stati in tanti a porci domande sulla delicata questione dei dividendi di azioni estere e soprattutto a chiedere delucidazioni su eventuali stratagemmi per evitarne il consistente impatto. In effetti il tema è complesso e porta a frequenti cattive interpretazioni. Come sempre lo affrontiamo in maniera sintetica e chiara, per facilitare i lettori.

A cosa si deve la doppia tassazione?

Al fatto che il Paese in cui è quotata l’azione esercita una ritenuta alla fonte e che poi l’importo cosiddetto “netto frontiera” viene ulteriormente tassato in Italia al 26%

Questo vale per tutti i casi?

No, ci sono situazioni in cui la tassazione alla fonte non è prevista. Ciò riguarda alcune specifiche categorie azionarie (di nicchia) soprattutto negli Usa e i titoli quotati alla Borsa di Londra perché in Inghilterra non è contemplata una ritenuta alla fonte

I dividendi possono essere compensati?

Rientrano nella categoria dei redditi di capitale e sono soggetti a una tassazione separata. Pertanto in nessun modo è possibile compensarli con eventuali minusvalenze

Possiamo fare dei calcoli esemplificativi su un titolo a caso?

Prendiamo un’azione tedesca, per esempio Bmw. Il 19 maggio ha pagato un dividendo di 2,5 euro per azione. Avendo ipoteticamente in portafoglio 40 titoli l’importo lordo sarebbe stato di 100 euro. Considerando che l’aliquota in quel Paese è del 26,38% la prima ritenuta avrebbe portato l’importo a ridursi a 73,62 euro. Questo è il “netto frontiera”. Poi interviene la tassazione italiana al 26%, riferita appunto a 73,62 euro. Quindi il netto finale sarebbe risultato di 54,48 euro, nettamente inferiore rispetto al valore iniziale di 100 euro lordi

C’è qualche possibilità di veder ridotta questa vera e propria legnata?

Sì ma più sulla carta che in concreto. Di una parte dell’imposta nel Paese d’origine si può chiedere il rimborso di quanto eccedente l’aliquota concordata mediante specifici accordi con l’Italia (in genere è del 15%) dietro presentazione di una domanda alle nostre autorità fiscali, che presuppone la collaborazione anche dell’intermediario utilizzato (banca, broker o Sim che sia). Quest’ultimo vuole essere pagato per il servizio, cui si aggiungono dei costi amministrativi e infine occorre attendere molto tempo (perfino oltre un anno) per il rimborso. Tale prassi va bene quindi solo per chi incassi importi di tutto rilievo magari concentrati su una o due azioni. In caso contrario meglio astenersi! Anche perché la casistica è molto ampia e ogni Paese può imporre regole burocratiche particolari

Perché in area Ue si hanno aliquote differenti nei singoli Paesi?

Perché l’Europa integrata è solo monetaria ma non fiscale e quindi ognuno fa per sé

Quali sono i Paesi più gravosi?

La Svizzera – extra Ue – prevede un’aliquota al 35%. Poi Francia e Belgio al 30%. Nessuna va sotto il 15% a eccezione della Gran Bretagna che non ha prelievo fiscale sui dividendi

L’Agenzia delle Entrate prevede un servizio informatico specifico?

Consigliamo di leggere quanto riportato all’indirizzo Internet nella nota sotto (1)

C’è chi dice che sia consigliabile operare con i Cfd rispetto alle singole azioni? E’ vero?

Talvolta può convenire investire in Cfd (con i maggiori rischi che questi comportano) piuttosto che nel titolo sottostante, poiché in genere i broker applicano ai dividendi di Cfd la ritenuta del 15% prevista nelle convenzioni contro le doppie imposizioni, anziché la ritenuta più elevata applicata nel Paese di origine in cui è quotato il sottostante. Quest’opzione va però accertata con il singolo broker

Anche l’utilizzo degli Etf è agevolante?

E’ evidente che tutta l’operatività fiscale avviene a monte, con un rendimento quindi “net return” cui si aggiunge l’aliquota italiana, come sempre. Ci sono però dei distinguo in base al domicilio del fondo

Meglio allora la classica soluzione della vendita prima dello stacco e del riacquisto subito dopo?

In teoria sì ma nella pratica le cose si complicano, per le doppie commissioni del broker e per le possibili oscillazioni delle quotazioni dovute all’andamento dei mercati

Tutto quanto detto vale per il regime amministrato, solitamente utilizzato dalla maggior parte degli investitori. In regime invece dichiarativo cosa accade?

Il meccanismo resta uguale, salvo che è il singolo investitore a doversi occupare in fase di dichiarazione dei redditi di segnalare e versare quanto spetta al fisco italiano

Il congegno è davvero perverso. Nessuno si occupa di semplificarlo?

Non conviene certamente alle singole amministrazioni fiscali dei vari Paesi. Perché Germania e Francia dovrebbero agevolare l’investitore italiano? In un’ottica di Unione europea sarebbe logico ma così non è, smentendo ogni regola di libera circolazione dei capitali

Ultima domanda: ci sono dei “paradisi fiscali” per i dividendi?

Sì. La Gran Bretagna, l’Australia e la Norvegia, che godono – seppur in maniera diversa – di normative meno penalizzanti

(1) https://www.agenziaentrate.gov.it/Soggetti+residenti+in+Italia/?page=rimborsi

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