Il mercato obbligazionario sta dicendo una cosa molto precisa: l’inflazione fa meno paura, ma il denaro resta caro.
Questo grafico del Treasury USA a 10 anni è molto più interessante di quanto sembri a prima vista.
La linea nera mostra il rendimento nominale del decennale americano. Dopo il picco di maggio, i rendimenti sono scesi. Fin qui nulla di sorprendente.
Ma il punto vero è un altro: perché sono scesi?
La risposta arriva dalla linea gialla: il breakeven inflation a 10 anni, cioè l’inflazione attesa dal mercato. Questa componente si è sgonfiata in maniera netta. In altre parole, il mercato non sta più pagando lo stesso premio per il rischio inflazione.
La linea blu, invece, racconta una storia diversa: i rendimenti reali restano elevati. E questo significa una cosa molto semplice: il costo reale del denaro rimane alto.
Quindi attenzione: non siamo davanti a un mercato che dice “la Fed sta per tornare espansiva”. Siamo davanti a un mercato che dice: “l’inflazione attesa si raffredda, ma le condizioni finanziarie restano dure”.
Per i bond è una buona notizia, perché il calo delle aspettative di inflazione può sostenere i prezzi obbligazionari.
Per l’azionario il discorso è più sottile. Meno inflazione aiuta. Ma rendimenti reali alti significano multipli più compressi, maggiore selettività e meno spazio per comprare tutto indistintamente.
La sintesi è questa: il mercato non sta comprando una festa. Sta comprando una normalizzazione.
E nelle normalizzazioni non vince chi corre dietro al rumore. Vince chi capisce quale componente del rendimento si sta muovendo: inflazione, tasso reale o premio al rischio.
Piccola postilla. Se quella riportata sul grafico è la situazione negli Stati Uniti, possiamo immaginare che l’Europa seguirà a ruota questo andamento.
L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
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