Radio finanza – turbolenza, volatilità, Fed e altro, posizioni a confronto


Una fotografia del quadro generale evidenzia aspetti magari trascurati dal retail. Le opinioni di alcuni “top” del mercato per capire cosa è successo e cosa potrebbe succedere.

Cedole & dividendi

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Turbolenza 1 (quella di inizio febbraio) ormai quasi dimenticata. Turbolenza 2 (in corso) tutta da vagliare. L’S&P 500 si è appoggiato venerdì quasi sullo stesso livello dei minimi dell’8 e 9 febbraio, con una reazione concorde da parte dei maggiori operatori istituzionali: mettere nei portafogli opzioni put “out-of-the-money”, pronti ad aumentare le posizioni in tal senso se nella prossima settimana la correzione proseguisse. Eppure la situazione non dispiace per due motivi:

1°) l’esagerato ottimismo di inizio anno si raffredda nettamente, riportando le posizioni fra “bullish” (rialzisti) e “bearish” (ribassisti) – relativamente al mercato Usa – su un equilibrio, che appare più realistico rispetto all’euforia di gennaio. L’ultima rilevazione (21/3/2018) fotografa i seguenti rapporti di forza:

Neutrali

38,3%

Rialzisti

33,2%

Ribassisti

28,5%

2°) si è chiusa la fase del Vix troppo basso, al punto tale che ormai si scommetteva sulla scarsa efficienza di questo parametro. Tornato stabilmente oltre quota 15, ha fatto scattare il segno “buy”, con tutte le medie mobili che lo supportano, molti indicatori tecnici indirizzati al rialzo e tre valori da seguire con attenzione:

Valore chiusura di venerdì

24,9

Prima resistenza

25,3

Seconda resistenza

27,3

Terzo resistenza

30,9

Scatterebbe un “alert” fra i 30,9 e i 31,5, ma a inizio febbraio si era saliti oltre 50, il che apre fra l’altro un’interessante operatività con l’Etf sopravvissuto alla furia dei delisting degli ultimi tempi, ovvero il Lyxor Sp500 Vix Fut En Rol (quotato su Borsa Italiana - Isin LU0832435464).

Non è ancora “bear market”

Le voci che puntano a tranquillizzare i mercati si fanno tuttavia sentire. E’ il caso per esempio di Bruno Rovelli, Chief Investment Strategist di BlackRock Italia, secondo cui "né l'inflazione né la Fed né il timore di guerre commerciali sembrano per il momento sufficienti per causare un ‘bear market’ azionario. Allo stesso tempo, pur aspettandoci performance positive dai mercati azionari nel 2018, non pensiamo che sia possibile un ritorno all'ambiente di volatilità eccezionalmente compressa del 2017. Stiamo in altre parole transitando da un ambiente dove il mercato saliva senza correzione a una situazione simile all'esperienza storica, dove correzioni del 10% o anche più sono normali pure nelle fasi di ascesa dei mercati azionari".

Deflussi record

Mark Haefele, chief investment officer del Global Wealth Management di Ubs ricorda come “secondo nostre stime, prima del ribasso di febbraio le posizioni azionarie lunghe degli hedge fund di tipo trend following si attestavano al 99° percentile dal 2008, mentre poi sono scese al 28° percentile. Durante la settimana della correzione i fondi azionari hanno subito i deflussi più elevati della storia (30,6 miliardi di $). Inoltre la fine della stagione degli utili ha permesso alle società quotate di tornare a compiere riacquisti di azioni proprie, tipo di operazione che segna già un record da inizio anno, a quota 170,8 miliardi di $. In questo quadro vediamo delle opportunità, apportando diverse modifiche alla nostra asset allocation tattica: ● sovrappesando le obbligazioni sovrane dei mercati emergenti in Usd rispetto ai titoli di Stato con rating elevato; ● sovrappesando l’euro rispetto al dollaro Usa; ● sovrappesando la sterlina inglese rispetto al franco svizzero e lo yen rispetto al dollaro neozelandese; ● sovrappesando i Treasuries a 10 anni rispetto alla liquidità”.

Fed sotto osservazione

L’altro tema è inevitabilmente quello della prima riunione del 2018 della Fed, da cui sono uscite novità significative, che i gestori di Fidelity International hanno commentato così:

Nick Peters, gestore multi-asset

Tim Foster, gestore obbligazionario

La Fed ha votato all'unanimità a favore di un ulteriore rialzo dello 0,25% a marzo. In buona sostanza, il Fomc è ora equamente diviso fra tre e quattro rialzi. La possibilità di quattro rialzi è tutt’altro che una mera ipotesi. Secondo il “dot plot”, nel 2019 si assisterà a un ulteriore rialzo (in totale tre). Il 2020 vedrà uno o più rialzi aggiuntivi. La Fed è pronta inoltre a scommettere che i tassi dovranno essere strutturalmente più elevati rispetto a quanto si pensasse in precedenza, dal momento che la sua previsione di lungo periodo ha visto un leggero aumento per la prima volta dopo anni di calo. Nonostante questa revisione al rialzo delle previsioni, il nuovo Presidente Jerome Powell ha mantenuto un approccio pacato durante la conferenza stampa. Il messaggio principale è semplicemente che non si è manifestato un orientamento aggressivo, come era stato invece suggerito da un paio di recenti discorsi di Powell e altri. Sebbene le previsioni abbiano segnalato un andamento più irruente, Powell vuole farci sapere che la Fed non ha alcuna fretta di procedere ai rialzi. Continuiamo a concentrarci su altre questioni. L'aumento dei deficit di bilancio USA unito alla riduzione del QE della Fed determinerà pressioni al rialzo negative sui costi del credito? La Cina rallenterà a fronte della crescente riduzione delle misure di stimolo? Saranno questi fattori a determinare le prospettive economiche e di conseguenza la politica della Fed, non il contrario.

La riunione del Fomc di marzo non ha deluso le aspettative, deliberando un tempestivo aumento dei tassi di interesse di 25 punti base. I riflettori erano tuttavia puntati sul dot plot e sulle proiezioni economiche aggiornate della Fed. Il Comitato non ha apportato variazioni al numero di rialzi previsti per quest’anno, che restano tre in totale, ma ne ha aggiunto un altro al dot plot nel 2019. L’aspetto interessante della questione è che le nuove proiezioni economiche indicano un calo del tasso di disoccupazione e un’accelerazione della crescita, ma con impatto minimo (se non nullo) sull’inflazione. In poche parole, i dati al momento non sono ancora abbastanza solidi da giustificare un’accelerazione del ciclo di rialzi quest’anno. È una Fed fiduciosa, che sta abbandonando l’approccio vincolato ai dati al quale Janet Yellen ci aveva abituati. A nostro avviso, tuttavia, la Fed potrebbe in futuro essere costretta a mitigare le proprie aspettative in termini di rialzi dei tassi.

Posizioni contradditorie quindi perfino fra gestori con la stessa casacca, a dimostrazione che il quadro dei tassi resta centrale spostandosi però ora verso le decisioni della Bce, dove la sfinge Draghi fa di tutto per non svelare le sue mosse future.

Tre aree da monitorare

Torniamo a quella che è la domanda chiave degli investitori: dove collocarsi in un contesto certamente meno direzionale rispetto al passato? Per Goldman Sachs Asset Management vanno viste tre aree più interessanti:

Equity ancora ok

Le azioni forniscono un interessante premio per il rischio rispetto ai titoli di Stato e i tassi dei Treasury statunitensi a 10 anni potranno salire al 3% (o sopra) senza un necessario sell-off dell’equity.

Attenzione ai tassi a lungo

La Federal Reserve è riuscita ad alzare i tassi a breve, mantenendo al contempo stabili le aspettative sui tassi a più lungo termine. Un cambio delle attese di inflazione potrebbe causare un aumento dell’incertezza riguardo alla politica della Fed, col rischio di un innalzamento aggressivo dei tassi d’interesse a lungo termine.

Spread sui minimi

Crescenti tensioni sul mercato del credito hanno spesso anticipato inversioni di lungo termine dei mercati azionari. Tuttavia, nell’attuale contesto economico non percepiamo alcun sentore di preoccupazione, con gli spread sui titoli obbligazionari corporate ancora prossimi ai minimi del ciclo.

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