L’indiscreto di Borsa – speculazioni e voci su cosa esplorano i big dei mercati


● Come investire sul litio ● Allianz sotto analisi ● Una protagonista del 5G ● Tecnologici, quelli “up” e quelli “down” ● Wall Street 2020, parla un gestore.

Hot markets

Sono sinceri o bugiardi? La vedono giusta o sbagliata? Non possiamo saperlo e quindi questa rubrica va presa per quello che vuole essere, una lettura domenicale che dà spunti per l’operatività basandosi su voci e speculazioni diffuse fra i big dei mercati internazionali, con un occhio di riguardo a Wall Street.

● L’attenzione rivolta alle materie prime ha lasciato un po’ ai margini il litio, che invece registra una poderosa crescita della domanda per la produzione di batterie agli ioni, impiegate soprattutto in campo automobilistico. In tanti sostengono che potrebbe essere l’oro del 2020, con prezzi visti in salita dagli attuali 8,75 $/kg per il carbonato e 10,75 $/kg per l’idrossido a circa 12 $/kg per entrambi e in successivo trend rialzista negli anni seguenti. In realtà si è accesa una vivace discussione sulle proiezioni di costo estrattivo di questo metallo alcalino ma qui poco importa. Le attenzioni dei mercati sono invece rivolte a come puntare in Borsa sul litio, data l’assenza di grandi produttori. Segnaliamo un Etf quotato negli Usa (e non armonizzato), il Global X Lithium & Battery Tech – Isin US37954Y8553, mentre sotto il profilo delle singole azioni alcuni gestori segnalano i titoli Albemarle Corporation (ALB - Nyse) e Sociedad Quimica y Minera de Chile (MQ - Nyse). La prima elabora prodotti chimici speciali e la seconda, con sede in Cile, ha importanti campi estrattivi in litio, fertilizzanti speciali al potassio, iodio e sali solari. Perché piacciono? Albemarle ha quasi dimezzato le quotazioni rispetto ai massimi del 2018 e da qualche mese è in una lenta fase riaccumulativa, il che avviene anche per Sociedad Quimica y Minera de Chile, il cui grafico – evidenzia un operatore del settore – registra l’incrocio di medie mobili corte e lunghe su periodicità mensile.

● Da tempo gli assicurativi europei sono tornati di attualità. Apprezzati in termini di rendimento da dividendi, sollevano incertezze relativamente alle quotazioni, troppo elevate. Nel 2020 potrebbero deludere? I grandi gestori sono prudenti ed esprimono positività solo per Allianz, sulla quale l’interesse si concentra in merito a nuove possibili operazioni straordinarie. C’è chi ipotizza così target a 233 €, con un “upside” limitato rispetto ai 220 € medi dell’ultima settimana. Alcuni analisti ricordano che a 230/233 € si toccherebbe un massimo di lunghissimo periodo, corrispondente a quotazioni registrate durante la forte fase discendente del 2002. Si segnala quindi incertezza. L’unico fattore accelerativo – oltre all’ipotesi di un secondo “buyback”, che però ha poche probabilità di essere realizzato dopo quello del 2019 per 1,5 miliardi di euro – è rappresentato da una crescita in Cina, dove Allianz svolge un ruolo forte, data l’operatività mediante una licenza che non prevede partecipazioni di minoranza da parte di soci locali. Sarà l’onda gialla a spronare ancora l’azione tedesca?

● La telefonia 5G caratterizzerà il 2020: lo si sa da tempo e c’è chi ipotizza un’ampia offerta di nuovi fondi di investimento/Etf con sottostante questo mercato. E’ una corsa scontata – osserva un gestore – che ripropone i soliti nomi delle società favorite dall’evoluzione tecnologica. Negli Usa si tratta soprattutto di Verizon, T-Mobile e AT&T, mentre in Europa la prescelta è Vodafone. Tutto noto, tutto risaputo. Insistendo, viene però fuori una società un po’ ignorata. Si tratta di American Tower Corp. (AMT – Nyse). Piace per due motivi: 1°) è una leader mondiale nelle infrastrutture telefoniche mobili; 2°) si tratta di un Reit, cioè di un trust immobiliare, attivo in questo caso in un settore specifico e caratterizzato da agevolazioni fiscali. Da inizio 2019 il titolo ha corso molto, raddoppiando quasi in capitalizzazione, e sta di nuovo sfidando la robusta resistenza dei 233 $. La fonte informativa fa presente che i margini operativi continuano a crescere di anno in anno, più del fatturato. Anche il dividendo per azione sale e dai 3,99 $ del 2019 potrebbe lievitare a circa 5,3 $ del 2021. Il P/e ratio è però alle stelle (sui 57), sebbene inaspettatamente ritenuto adeguato alla situazione di un settore in forte sviluppo. Sarà vero?

● Già, le tecnologie! Il 2019 è stato un anno eccezionale. Il 2020 si ripeterà? Al pessimismo di fine 2018 si contrappone ora un ottimismo esagerato. Fra gli operatori c’è tuttavia chi è cigno nero, prevedendo tempeste. Una valutazione più fine sta nell’identificare business dalle forti potenzialità e tale logica si manifesta non in termini di comparti ma di singole azioni. Facciamo allora una sintesi di come si ragiona relativamente al “cloud”.

Potenzialmente rialziste

Potenzialmente ribassiste

Piace sempre Alphabet (cioè la holding di Google), che sta sviluppando il business nel cloud dopo un certo ritardo rispetto alle concorrenti. Di recente l'analista Colin Sebastian ha sostenuto: "Non pensiamo che la valutazione di Google Cloud sia completamente integrata nelle azioni Alphabet, anche perché i suoi servizi stanno prendendo velocità in sottosistemi a forte potenzialità di crescita".

Positività anche per Microsoft, grazie ad Azure, programma in continua espansione di servizi cloud soprattutto per il mondo professionale.

Giudizi ancora favorevoli per il comparto dei semiconduttori e in particolare per Advanced Micro Devices e Intel.

Si osserva una valutazione meno positiva nei giudizi riferiti a Alibaba (ora sui massimi storici a 223 $), Tencent (ora a 399 Hkd contro massimi oltre 400 nel 2018) e Facebook (ora sui massimi storici a 218 $).

Incertezze su Cisco, che dopo il calo estivo si muove in un ambiguo trend laterale, su Dropbox, primo spazio di lavoro intelligente in cloud al mondo, che sui 18 $ sta toccando minimi assoluti, e su Twilio, pure attiva nel cloud, sebbene da novembre questo titolo abbia registrato un tentativo di recupero.

Da notare infine che si manifesta qualche segnale di incertezza per il cloud in generale, con un consiglio generalizzato di non concentrarsi troppo su specifiche aziende ma di esporsi piuttosto su un Etf, puntando quindi su una forte diversificazione.

● Troppe previsioni per il 2020 e talvolta contradditorie. Come andrà Wall Street? Ecco una sintetica intervista con il gestore André Weber.

D - Per favore evitiamoci le considerazioni personali, che ormai rischiano di annoiare i lettori. Parliamo solo di dati.

R - E’ corretto e allora sintetizzo la situazione sostenendo che i numeri non sono preoccupanti. Il forward S&P price-earning, cioè il rapporto prezzo-utili in prospettiva, oggi collocato a 18,4 è ancora rialzista, così come l’S&P 500 earnings yield, basso ma pur sempre accettabile, attestandosi sul 4,1%. E’ vero che siamo sui minimi storici, salvo per il periodo 2008-2009, ma le condizioni finanziarie attuali appaiono ben diverse rispetto al passato. Solo se appunto il forward S&P price-earning ratio, cioè il rapporto in prospettiva fra prezzo e utili, relativamente alle “large caps”, superasse quota 20 bisognerebbe preoccuparsi.

D – Si colloca però vicino e inoltre sul livello toccato a inizio 2018, quando pochi mesi dopo tutti i mercati scesero brutalmente. Questo non inquieta?

R – E’ vero che allora toccò i 20 e che poi ci fu la burrasca autunnale ma dopo quello scossone è ripresa una fase espansiva di tutto rilievo. Quindi non mi inquieterei.

D – Quali possono essere i fattori di crisi?

R – Ho promesso di parlare solo di numeri e allora credo che la relazione più rischiosa riguardi la politica monetaria, Se i tassi aumentassero solo di poco Wall Street reagirebbe male. Siccome però vige la prassi che nel semestre precedente le elezioni presidenziali negli Usa la Fed non si muove il rischio si riduce di giorno in giorno.

D – Eppure in molti temono un piccolo “crac” nel 2020 per l’azionario, complici vari fattori. Lei sostiene che si tratta solo di gufi?

R – Rispetto le opinioni degli altri ma si tenga conto che quando nel 2018 si vide la veloce reazione ribassista autunnale ciò avveniva in concomitanza con una politica monetaria restrittiva. Si parlava di tassi al 3% e di rendimento del decennale al 5%. Mi sembra che oggi la situazione sia proprio diversa.

D – Allora più che al forward S&P price-earning bisogna guardare ai T-Bond?

R – A tutti e due e si ottiene così una fotografia di insieme utile per comprendere le possibili evoluzioni.

D – Provi a esercitare una valutazione sui livelli in cui potrebbe scattare una crisi!

R – Non c’è da inventarsi nulla in proposto. Il decennale Usa rende attualmente l’1,8% circa contro l’1,76% dell’S&P 500 dividend yield: situazione quindi di equilibrio. Se il rendimento da dividendi riferito all’indice passasse sotto l’1,5-1,6% e lo yield dei Treasuries salisse al 2% suonerebbe un campanello d’allarme, oggi inimmaginabile. La domanda è piuttosto un’altra: l’1,76% di dividend yield è accettabile rispetto a un rischio globale in crescita? Nessuno si esercita su questo aspetto, che dovrebbe invece far meditare gli investitori. Ricordo che il valore medio storico si colloca al 4,3% e di certo fra qualche tempo dovrà tornarci.

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