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Microsoft, Meta, Alphabet e Amazon: il conto nascosto dell’AI


L’intelligenza artificiale è una rivoluzione. Ma qualcuno deve pagare il conto.

Questo grafico, fonte Bloomberg/J.P. Morgan Asset Management, mostra l’evoluzione dei margini di free cash flow degli hyperscaler americani, al netto del capex.

Parliamo di Microsoft, Meta, Alphabet e Amazon.

La lettura è brutale: dal 2021 al 2025 questi colossi hanno prodotto margini di cassa impressionanti, spesso molto superiori alla mediana dell’S&P 500. Erano le macchine perfette della nuova economia: business scalabili, potere di prezzo, piattaforme dominanti, cassa abbondante.

Poi arriva l’intelligenza artificiale.

E l’intelligenza artificiale, piaccia o no, è una rivoluzione molto capital intensive. Servono data center, chip, infrastrutture cloud, energia, reti, server, capacità computazionale. In altre parole: servono miliardi.

Il risultato è che le stime di consenso per il 2026 e 2027 indicano una forte compressione dei margini di free cash flow. Microsoft scende. Alphabet scende. Meta viene proiettata addirittura verso margini negativi. Amazon rimane fragile, come spesso accade quando il business è più fisico, logistico e infrastrutturale.

Il punto non è negare la rivoluzione dell’AI. Il punto è capire se il mercato sta pagando queste società come se l’AI fosse già profitto, mentre per ora è soprattutto investimento.

C’è una differenza enorme tra una società che cresce generando cassa e una società che cresce bruciando cassa per restare nella corsa.

La grande domanda dei prossimi anni sarà questa: gli hyperscaler riusciranno a trasformare questa gigantesca ondata di capex in ricavi, margini e free cash flow? Oppure il mercato scoprirà che anche le rivoluzioni tecnologiche hanno un costo del capitale?

Il grafico non dice di vendere. Non dice di comprare. Ci dice di prestare attenzione, perché sotto la narrazione dell’AI sta cambiando la qualità della cassa generata dai grandi colossi tecnologici.

E in Borsa, alla fine, la cassa conta più delle favole.

L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
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