NASDAQ100 WEEKLY - Contrariamente alle previsioni, nuovi massimi storici sugli indici azionari USA anche in questa settimana !


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Ciò che avevamo prospettato nell’articolo di fine settimana scorsa, come possibile scenario per la settimana appena conclusa sui mercati azionari USA, si è disciolto (con grande gioia) come neve al sole. Non solo non si è avuto il temuto drawdown degli indici a seguito della notizia della morte del generale Soleimani, da parte di droni militari statunitensi, che ancor più aveva inasprito gli animi degli iraniani ma, addirittura, si è registrato un sensibile guadagno settimanale con nuovi massimi storici raggiunti. Tutto ciò grazie alle dichiarazioni concilianti del Presidente Trump che hanno contribuito a non alimentare, per non dire a far scendere, la tensione tra i due contendenti ed i loro alleati ma, anche, grazie al fatto che le temute ritorsioni iraniane non si sono concretizzate (al momento) se non con qualche lancio di missili su obiettivi non presidiati. Ovviamente nelle prossime settimane ci sarà da valutare se si tratti di sola calma apparente, oppure…..! (Riportiamo di seguito una interessante valutazione sulle possibilità che l'Iran ottenga o arricchisca armamenti nucleari).

L’euforia presente sui mercati azionari viene ulteriormente ribadita in questa settimana di contrattazioni nella quale, neanche gli importanti dati macro mensili usciti in contrazione sui nuovi occupati nel settore pubblico e privato, sono riusciti a scalfirla e dalla prossima settimana iniziano a venire pubblicati i dati sui bilanci societari trimestrali relativi al Q4. C'è molta attesa per questo giro, considerando che gli indici sono già a livelli iper-estesi e l’attuale valore medio delle azioni dell’indice S&P500 tratta ad un multiplo di 18.5 volte gli utili attesi, livello storicamente molto alto. Quindi, OK gioire per i guadagni, ma sempre con moderazione, prudenza e STOP loss o profit, sempre presenti in piattaforma.

Passiamo, quindi, a “dare un po' di numeri” iniziando dall’indice NASDAQ100 che ha aggiornato il proprio massimo storico a 9024.87 andando a chiudere le contrattazioni a 9003.72 guadagnando il + 2,39%, con un profit da inizio anno del 3,10%. A seguire l’indice S&P500 che ha aggiornato il massimo storico a 3258.14 chiudendo la settimana a 3265.35 guadagnando il + 0,94% e portando il profit da inizio anno a + 1,07%. Infine l’indice DOW JONES che ha anch’esso fatto registrare un nuovo massimo storico a 28872.80 per poi chiudere le contrattazioni a 28823.77 guadagnando il + 0,66% e con un profit da inizio anno del + 1,0. Di seguito i relativi grafici:

ORO INDEX

La scorsa settimana scrivevamo: “A livello operativo ci auguriamo che tutta o almeno la maggior parte della posizione sia stata venduta sui 2 target appena citati“, “mentre per chi non ha liquidato tutta la posizione i prossimi target sono in area 1565/1570 $/oz. ed area 1600 $/oz. soglia psicologica”! Già nella giornata di lunedì scorso il primo target è stato raggiunto, mentre i più tenaci sono stati premiati nella giornata di mercoledì quando i valori hanno superato abbondantemente i 1600 $/oz. facendo registrare un massimo relativo a 1611.52 $/oz. (tenete presente che tale livello è stato toccato l’ultima volta il giorno 25 marzo 2013)! Chiaramente dopo le dichiarazioni distensive di Trump i valori sono nettamente scesi, anche per le forti ricoperture, chiudendo la settimana a 1559.27 con buona tenuta del valore che sta diventando un (buon ?) supporto in area 1550/1540 $/oz. Queste importanti vendite hanno, de facto, riportato i guadagni settimanali ad un modesto + 0,46% e soprattutto hanno riportato i livelli di ipercomprato ad un valore più consono. Ora diciamo di attendere un attimo gli eventi prima di considerare nuove operazioni in quanto, come detto in precedenza, c’è da valutare la tenuta o meno dell’area 1550 e soprattutto vedere come il mercato reagisca ad una eventuale discesa dei corsi in area 1510/1500 $/oz che potrebbe vederci acquirenti (ribadiamo non in questa settimana) per aprire una prima metà della posizione e area 1485/1480 $/oz per l’eventuale altra metà con STOP in area 1450/1440 $/oz. Di seguito il grafico weekly dell’ORO INDEX:

LA POLITICA USA DI DONALD TRUMP

Nell’ultima settimana, l’attenzione mediatica mondiale è stata monopolizzata dallo scontro USA-Iran, accesa dall’uccisione dell’influente generale iraniano Soleimani in un blitz ordinato dal Presidente statunitense Donald Trump il 2 gennaio.

Mercoledì scorso, Trump ha tenuto presso la Casa Bianca un importante discorso in merito: poche ore prima, l’Iran aveva infatti risposto all’omicidio del generale Quasem Soleimani, lanciando un attacco missilistico contro due basi militari irachene ospitanti soldati americani. Nei dieci minuti di conferenza, già anticipati da un tweet distensivo in cui dichiarava: “va tutto bene”, Trump ha notevolmente ridotto la possibilità di alimentare la temuta escalation militare, sebbene a inizio settimana avesse minacciato “risposte militari sproporzionate” in caso di attacchi subiti.

L’inquilino della Casa Bianca si è invece limitato a promettere ritorsioni di natura economica.

Nella stessa giornata, il Presidente della Repubblica islamica, Hassan Rouhani, ha scritto sul suo profilo Twitter che “la risposta finale [all’assassinio di Soleimani] consisterà nel cacciare gli USA dalla regione”: sebbene sia improbabile che Teheran abbia la forza di realizzare questo proposito, le sue rappresaglie potrebbero non essere finite.

Dal canto suo, giovedì Trump ha prontamente “aggiornato” la motivazione dell’assassinio di Soleimani, sostenendo che il generale stesse pianificando un imminente attacco contro le forze statunitensi (accusa pubblicamente reiterata il giorno dopo dal Segretario di Stato Pompeo) e che l’Iran volesse distruggere l’ambasciata USA a Baghdad.  

Nello stesso giorno, la Camera dei Rappresentanti (in maggioranza democratica) ha approvato una risoluzione (strumento comunque non avente forza di legge) in cui si chiede al Presidente di ritirare le truppe armate coinvolte nel conflitto con l’Iran entro 30 giorni nel caso che la sua azione militare non ottenga l’approvazione del Congresso.  

Nella giornata di venerdì, il Segretario al Tesoro statunitense, Steven Mnuchin, ha specificato che si tratterà di un “taglio di bilioni di dollari” originariamente destinati al “supporto del regime iraniano”, non escludendo l’ipotesi di ulteriori inasprimenti in caso di prolungamento delle tensioni. I principali destinatari delle contromisure saranno 8 alti ufficiali del regime e 17 aziende impegnate di diversi settori, su tutti minerario, tessile e metallurgico.

 È opinione diffusa tra gli esperti di politica internazionale che il blitz iraniano, che non ha provocato morti, nonostante le 80 vittime inizialmente rivendicate da Teheran, fosse stata studiato a tavolino per placare la rabbia dell’opinione pubblica locale e, al contempo, evitare ulteriori ritorsioni da parte di Washington. Il governo della Repubblica islamica, rappresentato dal suo volto più “diplomatico”, il ministro degli esteri Javad Zarif, si è infatti subito affrettato a definire la risposta “proporzionata”.

I toni conciliatori utilizzati da entrambe le fazioni hanno avuto effetti positivi sui mercati e, in particolare sui rendimenti di petrolio e titoli di stato, prontamente stabilizzatisi su livelli precedenti l’operazione “Soleimani Martire”. 

In ogni caso, l’intrinseca imprevedibilità dei soggetti coinvolti nella crisi impedisce di dichiararla archiviata.

IMPEACHMENT

Fermento anche sul fronte "impeachment". Il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, nella giornata di venerdì scorso ha dichiarato che invierà al Senato gli articoli con i quali si accusa di “impeachment” il presidente Donald Trump. In una lettera ai colleghi della Camera ha scritto: “Ho chiesto al presidente della commissione giudiziaria, Jerry Nadler, di essere pronto a presentare al “Floor”, la prossima settimana, una risoluzione per nominare dirigenti e trasmettere articoli di impeachment al Senato”.

I dirigenti "dell’impeachment" sono membri della Camera che agiscono essenzialmente come pubblici ministeri in un processo al Senato contro il presidente. Prima che gli articoli possano essere consegnati al Senato, i dirigenti devono essere nominati con un voto dell’Assemblea.

Nella sua lettera, la Pelosi, ha anche scritto: “Sono molto orgogliosa del coraggio e del patriottismo mostrati da [House Democrats] mentre sosteniamo e difendiamo la Costituzione”; “mi consulterò con il comitato elettorale, la prossima settimana, su come procedere oltre”. L’annuncio della Pelosi è stato fatto tra le crescenti pressioni su di lei, non solo dai repubblicani, ma anche dai compagni democratici, al fine di consegnare gli articoli. Una volta ricevuti, il Senato può iniziare i preparativi per un processo.

Il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, nella giornata di venerdì, ha dichiarato: “siamo pronti per l’inizio del processo e faremo tutto il possibile per vedere venire fuori la verità”.

LA CINA RISPONDE

Lo scontro USA-Iran ha eclissato gli ulteriori passi in avanti per quanto concerne la conclusione della “Fase uno” dell’accorso commerciale USA-CINA. Il ministero del commercio cinese ha ufficialmente reso noto che, tra il 13 e il 15 gennaio, una delegazione guidata dal vice-premier Liu He sarà a Washington per mettere nero su bianco l’intesa, il cui contenuto non è tuttavia ancora noto. La Cina dovrebbe aumentare gli acquisti di prodotti statunitensi per un totale di 200 miliardi di dollari e, in cambio di dazi più morbidi, affrontare la questione della “proprietà intellettuale”. Inoltre Washington e Pechino hanno concordato di tenere colloqui semestrali allo scopo di risolvere controversie e promuovere riforme. I colloqui, che dovrebbero essere diretti dal segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, e dal vice premier cinese, Liu He, saranno separati dai negoziati sugli accordi commerciali in corso, tornando a far rivivere un vecchio formato che gli attuali funzionari commerciali statunitensi avevano precedentemente deriso.

LA POLITICA DELLA FEDERAL RESERVE

Negli ultimi sette giorni si sono susseguite una serie di dichiarazioni di importanti membri della FED. In un post pubblicato sul blog del centro di ricerca Brookings e ripreso a inizio settimana dalla CNBC, l’ex Presidente della Fed Ben Bernanke ha suggerito alla banca centrale statunitense l’imposizione di tassi di interesse negativi come strumento per “combattere le future recessioni economiche”. A suo avviso, tale strategia darebbe flessibilità alla FED nei momenti in cui “il suo raggio d’azione risulterà limitato”. Concordi anche Alan Greenspan e Janet Yellen, rispettivamente suo predecessore e successore, ma non l’attuale presidente Jerome Powell, che ha affermato di “non credere che la Federal Reserve possa intraprendere questa strada”.

In settimana è invece scattato l’allarme dalla FED di New York riguardo i preoccupanti livelli di debito raggiunti dalle società a rating elevato, diventati paradossalmente più pericolosi di quelli di società con rating inferiore: causa principale: l’impennata delle vendite di obbligazioni "investment grade” degli ultimi anni.

Negli USA, solo Microsoft e Johnson & Johnson si mantengono nel gotha della tripla “A”, mentre le società di una vasta gamma di settori sono state classificate BAA da Moody’s o BBB da Standard & Poor’s.

Nella denuncia della FED newyorchese si evince che:

- “Un grande volume di obbligazioni emesse con un rating di credito BAA può rappresentare un problema di stabilità finanziaria”;

- “Le vendite di obbligazioni di società di livello inferiore dei rating investment grade (BAA) hanno eguagliato o superato le emissioni di debito societario ad alto rendimento (AAA) negli ultimi tre anni”;

- “La crescente differenza nelle dimensioni del mercato tra le obbligazioni AAA e BAA rende lo spread creditizio tra i due un indicatore scarso del modo in cui gli investitori considerano il debito”. Questo è un indicatore significativo, in quanto storicamente registrato in periodi di recessione.

Infine, venerdì il vice Presidente della FED, Richard Clarida, ha sottolineato come l’obiettivo principale della banca centrale statunitense sia quello di mantenere il tasso sui fondi federali all’interno del range desiderato dal FOMC. “Dovremo continuare ad avere un tasso di inflazione prossimo al nostro obiettivo di riferimento del 2%”, quindi continua l’espansione del bilancio della FED con pace di chi pensava/sperava che si potesse tornare ad un andamento meno monodirezionale dei mercati. Inoltre per quanto riguarda le operazioni in pronti contro termine ha dichiarato: “Quest’anno, potremmo dover abbandonare gradualmente le operazioni di pronti contro termine, sebbene possano essere necessarie almeno fino ad aprile, quando i pagamenti delle tasse ridurranno drasticamente i livelli di riserva”.

Aggiungendo:

“- Il consumatore in senso aggregato non è mai stato in una condizione migliore

- L'espansione negli Stati Uniti sembra essere estremamente robusta

- Non c'è motivo di credere che l'espansione degli Stati Uniti non possa continuare

- Un obiettivo di inflazione del 2% non è un massimale, la revisione potrebbe essere un elemento di target di medio termine dell'inflazione”.

DATI MACROECONOMICI

Numerosi e rilevanti, i dati macroeconomici usciti in settimana. Iniziamo da quelli pubblicati dall’agenzia Markit riguardo due importanti indicatori e riferiti al mese di dicembre: il Services PMI, che delinea le condizioni commerciali nel settore dei servizi, e il PMI Composite, una rilevazione della fiducia dei dirigenti delle principali aziende manifatturiere e di servizi circa lo stato di salute generale del sotto-settore di appartenenza (ogni risposta è ponderata in base al contributo dell'azienda alla produzione totale). Il primo indice si è attestato a 52.8 punti, il secondo a 52.7; entrambi sono risultati in crescita rispetto al dato di novembre e dell’attesa degli analisti posti a 52,2.  

A seguire è stato il turno del significativo indice Non-Manufacturing PMI pubblicato dall’Institute for Supply Management (ISM), salito in dicembre a 55 punti dal precedente 53.9 e oltre le attese che lo davano a 54.5. In calo, invece, gli ordini alle fabbriche riferiti al mese di novembre, scesi al - 0.7 %, contro il precedente + 0.2% rivisto, ma comunque sopra l’atteso -0.8 %. 

E veniamo agli importanti dati mensili sui nuovi occupati non agricoli nel settore pubblico e privato che lasciano un pò delusi in quanto sono stati tutti rivisti al ribasso quelli del mese di novembre ed i nuovi di dicembre sono usciti più bassi delle aspettative. Partiamo dai nuovi occupati nel settore pubblico, scivolato a + 145.000 (comunque sopra la soglia mensile dei 100.000 nuovi posti di lavoro, necessari a sostenere la crescita della popolazione in età lavorativa) dal precedente + 256.000 (rivisto al ribasso) del mese di novembre ed in contrazione rispetto agli attesi + 164.000 da parte degli analisti. Stessa cosa dicasi per il dato del settore privato, scivolato anch’esso a + 139.000 dal + 254.000 (rivisto a 243.000) di novembre e minore del + 152.000 del consensus. Il mercato del lavoro sta comunque viaggiando ad un livello medio di circa + 175.000 al mese anche se inferiore alla media del 2018 posta a + 220.000. A seguire, il dato annualizzato della retribuzione oraria media annuale di dicembre, calata a + 2.9 % contro il + 3,1% del precedente mese e delle attese degli analisti. Infine l’indice di disoccupazione totale, stabile al 3.5%, minimo storico negli ultimi 50 anni e coerente con le attese.

COMMENTI DAL MONDO ECONOMICO

Per quanto concerne le tensioni USA-Iran, Julian Lee, giornalista di Bloomberg ha messo in guardia Donald Trump, sul fatto che, in un intervento della scorsa settimana alla Casa Bianca, aveva dichiarato come Washington non dipendesse più dal petrolio mediorientale. Dice: “è vero che negli USA, la produzione interna di oro nero è recentemente lievitata, complice l’exploit dell’olio di scisto, ma che solo una piccola percentuale del grezzo mediorientale termina il processo di lavorazione nelle raffinerie statunitensi, che continua ad importare più grezzo di quanto ne esporti, diventando il quinto maggiore acquirente mondiale di questo prodotto dal Medio Oriente (un barile importato su otto proviene dal Golfo). L’uccisione del generale Soleimani e le ritorsioni iraniane hanno finora avuto un impatto minore [di quanto atteso], ma comunque notevole sui prezzi del gas negli USA. Immaginiamo cosa potrebbe portare ad una rottura definitiva [tra i due Paesi]”. 

A seguire un interessante articolo della valutazione sul rischio di ampliamento degli armamenti nucleari da parte dell’Iran.

Il rischio che l'Iran ottenga o arricchisca i propri armamenti nucleari è aumentato in questa settimana, dopo l'assassinio americano di un alto ufficiale militare iraniano, Qassem Soleimani, il 3 gennaio. La sua morte è l'ultimo esempio delle escalation del presidente Donald Trump contro l'Iran, a seguito del ritiro degli Stati Uniti dall'accordo nucleare.

L'Iran ha annunciato il 5 gennaio che non obbedirà più ai limiti imposti alle sue attività nucleari dal piano d'azione congiunto denominato (JCPOA), accordo di controllo nucleare iraniano, firmato dall’ex-presidente USA, Obama, e poi cancellato nel 2018 da Trump. Ciò significa che l'accordo, che ha ridotto drasticamente la probabilità dell'Iran di costruire un'arma nucleare, si è bloccato ma non è ancora morto. L'Iran, al momento, continua a consentire ispezioni da parte dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), il cane da guardia nucleare mondiale, mentre nella prossima settimana i ministri degli esteri dell'UE terranno una riunione per tentare di salvare l'accordo.

Tuttavia, aumentare le tensioni con gli Stati Uniti potrebbe rendere impossibile la sopravvivenza dell'accordo. Il mondo si sta dirigendo verso una situazione senza precedenti: una nazione che progredisce verso la capacità delle armi nucleari in piena vista dell'AIEA.

Il JCPOA è stato concordato nel 2015 tra l'Iran e i cinque paesi permanenti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina e Francia - oltre a Germania e UE. È arrivato dopo che l'Iran è stato scoperto che, segretamente, stava arricchendo l'uranio dal 2003 e punito con sanzioni economiche.

Queste sanzioni sono state revocate quando il JCPOA ha posto limiti alle attività nucleari dell'Iran sostenute da severi controlli. Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo nel 2018, citando attività iraniane in settori come lo sviluppo di missili e ha ripreso le sanzioni. L'Iran afferma che l'accordo sarà rispettato se le sanzioni verranno revocate. I restanti partner sostengono ancora l'accordo, ma gli scambi con l'Iran rischiano ritorsioni economiche negli Stati Uniti.

L'AIEA afferma che l'Iran è rimasto in conformità con il PACG fino a maggio 2019, nonostante le rinnovate sanzioni. Ma poi ha iniziato ad abbandonare i limiti dell'accordo.

Il JCPOA ha permesso all'Iran di produrre un totale di 300 chilogrammi di esafluoruro di uranio arricchito e non oltre ed il 3,65% di uranio-235, abbastanza per far funzionare il suo reattore nucleare. A luglio, l'Iran ha superato entrambi i limiti. A settembre ha installato più centrifughe di arricchimento di quelle consentite dal JCPOA. A novembre, ha ripreso a utilizzare il suo impianto di arricchimento off-limits a Fordow.

Il suo ultimo annuncio che sta abbandonando i limiti JCPOA sul numero di centrifughe attive sembra cronometrato come una rappresaglia per la morte di Soleimani, insieme agli attacchi missilistici contro le forze statunitensi con base in Iraq che hanno avuto luogo il 7 gennaio. Ma a dicembre, quindi prima dell'assassinio, l'Associazione di controllo delle armi (ACA), un gruppo di esperti a Washington DC, aveva previsto che l'Iran avrebbe abbandonato un'altra misura del JCPOA il 5 gennaio. Praticamente l'Iran ha preso provvedimenti ogni 60 giorni.

Questi sono tutti passi verso la creazione di uranio di qualità per armamenti. Le restrizioni del concordato JCPOA hanno allungato i tempi per la costruzione di una bomba a circa un anno dall'abbandono delle restrizioni. Ovviamente, più arricchimento e scorte accorciano questo "tempo di costruzione".

"L'arricchimento oltre il 20% non significa che l'Iran potrebbe costruire una bomba nucleare domani, ma accorcerà la nostra capacità di reagire se prendessero una decisione in tal senso", afferma Corey Hinderstein della US Nuclear Threat Initiative.

Allo stato attuale, l'ACA calcola che all'Iran occorrerebbero quattro mesi per produrre 1050 chilogrammi di uranio a basso arricchimento, il primo passo per realizzare una bomba. Avrebbe quindi bisogno di più tempo per arricchirlo ulteriormente a livello di armamenti, ma richiederebbe meno tempo con più centrifughe di arricchimento attive.

C'è un rischio molto più basso di proliferazione oggi rispetto al 2013, afferma l'ACA. All'epoca, l'Iran aveva più di 7000 chilogrammi di uranio a basso arricchimento e il tempo di costruzione di una bomba era di due o tre mesi. Questa situazione è stata risolta dal JCPOA, ma potrebbe tornare.

PORTAFOGLIO AZIONARIO

Riprende il cammino dei profit raggiunti nel nostro Portafoglio azionario, nella settimana appena passata abbiamo portato a casa il famigerato “tozzo di pane” sul titolo VERISK ANALYTICS. Inoltre abbiamo in rampa di lancio JB HUNT e poco dietro MONDELEZ, che ha già sfiorato il nostro livello di target qualche settimana fa, per tutti gli altri molto probabilmente dovremo attendere la pubblicazione dei rispettivi dati economici trimestrali augurandoci, ovviamente, che siano postivi. 

VARIAZIONI IMPORTANTI SUI TITOLI DEL NASDAQ100 NELLA SCORSA SETTIMANA

ALIGN TECHNO + 5,74%. Align Technology, Inc, un'azienda produttrice di dispositivi medici, progetta, produce e commercializza allineatori trasparenti “Invisalign” e scanner intraorali “iTero” inoltre offre servizi per ortodonzia e odontoiatria restaurativa ed estetica in tutto il mondo. Il rialzo settimanale è dovuto al fatto che sette analisti hanno fornito stime sugli utili che vanno da 643,40 a 650,00 mln €, pari ad una crescita del fatturato del 20,9% rispetto allo stesso trimestre dell'anno scorso. La società dovrebbe pubblicare il prossimo rapporto trimestrale sugli utili martedì 4 febbraio.

BIOMARIN + 6,64%. La Società di biofarma ha annunciato che il New England Journal of Medicine ha pubblicato 3 anni di dati di follow-up nello studio di fase 1 e 2 della terapia genica con valoctocogene roxaparvovec per l'emofilia A. L'articolo "Follow-up pluriennale della terapia genica AAV5-hFVIII-SQ per l'emofilia A", ha dimostrato che una singola infusione di valoctocogene roxaparvovec "ha portato a benefici sostenuti e clinicamente rilevanti”. 

LIBERTY GLOBAL – 5,92%. La Società attiva nella fornitura di servizi di video, Internet a banda larga, telefonia fissa, telefonia mobile e altri servizi di comunicazione a clienti residenziali e imprese in Europa, ha speso l’incredibile somma di 2,7 mld $ in riacquisti di azioni proprie tramite un'asta olandese. Nonostante la Società abbia visto aumentare il rendimento netto dei pagamenti ad oltre il 26%, il titolo è sceso del 15%. Molti analisti affermano che Liberty è un veicolo di investimento complicato con molto debito netto pertanto è stata assegnata una raccomandazione media di "Hold" da parte delle dodici società di ricerca che stanno attualmente coprendo il titolo, secondo i rapporti di Marketbeat Ratings. Tre analisti hanno valutato il titolo con una raccomandazione di vendita, quattro hanno dato una raccomandazione di mantenimento e quattro hanno assegnato una raccomandazione di acquisto alla società.

MERCADOLIBRE + 6,36%. La Società di e-commerce sudamericana sta diventando sempre più una Società di pagamenti, tanto che nell’ultimo trimestre e per la prima volta in assoluto, il volume totale dei pagamenti effettivi lontano dai mercati di riferimento di MercadoLibre (Brasile, Argentina e Messico) ha superato il volume totale dei pagamenti su questi mercati. Inoltre l’investimento effettuato da PayPal nella società sudamericana, potrà portare solo benefici (non solo economici) nel prossimo futuro.

TESLA + 8,65%.  Le azioni sono balzate bruscamente all’insù in settimana. Il guadagno del titolo si aggiunge a una corsa rialzista negli ultimi tre mesi che ha frantumato qualsiasi record storico, e segue il commento ottimista dell’analista di Argus Research, Bill Selesky, che ha dichiarato come il titolo potrebbe raggiungere 556 $ entro i prossimi 12 mesi. Selesky ha citato le consegne del quarto trimestre migliori del previsto (112.000) e la rapida costruzione ed il successivo avvio della produzione di Model 3 nella fabbrica in Cina, come ragioni chiave del suo ottimismo. Anche l'ex vicepresidente della General Motors , Bob Lutz, ha cambiato la sua opinione su TESLA passando dalla previsione, alla fine del 2018, che la società era "diretta al cimitero", a riconoscere il miglioramento nel modo in cui Tesla sta conducendo la sua attività. Ha dichiarato: “ La cosa incoraggiante per Tesla è che da Elon (Musk, il fondatore) ci siano meno chiacchiere e meno "ecco cosa farò tra sei mesi" e sembra che abbia fatto quello che farebbe qualsiasi altro CEO o fondatore: concentrandosi sul business, concentrandosi sul prodotto e concentrandosi sul controllo dei costi. Quindi, TESLA è finalmente gestita come un normale business”.

VERTEX PHARMA + 5,63%. La Società biofarmaceutica ha raggiunto il successo quando il primo farmaco dell'azienda a trattare le cause alla base della fibrosi cistica (CF), una rara condizione che colpisce diversi organi interni come i polmoni, è stato approvato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti nel 2012. Da allora, la società ha rafforzato il suo monopolio sul mercato CF sviluppando numerosi nuovi farmaci e, di conseguenza, il valore delle sue azioni sono aumentate di oltre il 500%.

La società ha recentemente ricevuto l'approvazione della FDA per Trikafta, una terapia a tripla combinazione con il potenziale per trattare la stragrande maggioranza (circa il 90%) dei pazienti con FC poiché mira alla mutazione CF più comune. In altre parole, il mercato della Società è aumentato grazie a questa approvazione e potrebbe continuare ad allargarsi, poiché Trikafta sta raccogliendo ulteriori approvazioni normative in Europa. Le vendite di Trikafta potrebbero raggiungere i 4,3 mld $ entro il 2024, secondo le proiezioni della società di ricerca EvaluatePharma. 

WALGREENS BOOTS – 7,44%. La Società che gestisce una catena di negozi di farmacie negli Stati Uniti, ha riportato dati economici trimestrali negativi. Il report pubblicato ha evidenziato utili nel 1° trimestre 2020 pari a 1,37 $/az. su ricavi per 34,3 mld $. La stima degli analisti per gli utili era pari a 1,40 $/az. su ricavi per 34,6 mld $. Il fatturato è cresciuto dell'1,5% su base annua.
La società ha dichiarato di continuare a prevedere utili per il 2020 pari a circa 5,99 $/az. L'attuale stima degli analisti per gli utili è di 5,93 $/az.

Nel 2019 il titolo è sceso del 14%, rispetto a un guadagno di oltre il 30% per l'indice S&P500. L’AD della società, nonché possessore del 16.5% delle azioni, Stefano Pessina, ha dichiarato: "Non tutte le farmacie sopravviveranno in futuro". “La società sta facendo accordi commerciali con il rivenditore di generi alimentari KROGER e con la società farmaceutica MCKESSON per gestire operazioni in Germania, ma ciò serve solo a nascondere i grandi problemi che affliggono il settore farmaceutico a breve termine. Invece, ci stiamo concentrando sul lungo termine”. Gli analisti concordano, però, sul fatto che a questi valori il titolo sta iniziando a diventare economico.



ORDINI DI ACQUISTO NUOVE POSIZIONI DELLA SETTIMANA (1/13/2020)
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Pagina a cura di SANDRO MANCINI

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