Il direttore responsabile Emilio Tomasini è apparso su:

"E il trader non sa più che fare"


La scorsa settimana abbiamo acceso i riflettori su un concetto chiave: mentre i mercati azionari sono intrappolati nell'ansia della crescita tecnologica, c'è una materia prima che aveva già capito tutto. Il rame. Lo avevamo definito il vero termometro dell'inflazione.

Oggi torniamo su quel tema, ma dobbiamo essere onesti fino in fondo con chi ci legge. Perché se è vero che le materie prime ci danno segnali più puliti, è altrettanto vero che fare trading in questo scenario è diventato un esercizio al limite dell'impossibile.

Un mercato che cambia direzione a ogni notizia

Dobbiamo dircelo con franchezza: non è possibile, in queste condizioni, indicare una direzionalità chiara né tantomeno vestire i panni dell'analista infallibile. Chiunque operi sui mercati sa che stiamo vivendo una fase in cui le news intervengono ogni secondo, in una direzione e subito dopo in quella esattamente contraria.

Questa settimana ne è la prova perfetta: up and down velocissimi, movimenti che si accendono e si spengono semplicemente in base a quello che passa per la mente della presidenza americana o delle altre parti coinvolte nel conflitto commerciale. Non possiamo dire che quello che sta accadendo può essere previsto. Non è prevedibile. È volatilità pura, di quella che nessun modello quantitativo può catturare perché manca la materia prima: la razionalità.

L'analisi tecnica, va detto, sta rispondendo bene. Ci parla di un uptrend che continua a reggere, a sostenere tutti i movimenti dei mercati nonostante gli scossoni. I livelli tengono, i supporti funzionano. Ma sembra ormai ovvio a chiunque che ci stiamo muovendo in un territorio dove la tecnica può solo dirci dove il mercato potrebbe reagire, non perché né quando la narrativa cambierà da un minuto all'altro.

Perché l'inflazione è l'unica variabile ancora prevedibile

Ed è proprio qui che le dinamiche inflazionistiche diventano le più prevedibili del mazzo. Perché l'inflazione non cambia idea in base all'umore del presidente di turno. L'inflazione ha una sua inerzia, una sua fisicità.

Non è un caso se la BCE ha già alzato i tassi di interesse. Lo ha fatto perché ha rilevato pressioni concrete sul lato dei prezzi, e sa già quale sarà la dinamica. Sa che il canale delle materie prime energetiche sta tornando a premere. Sa che l'Europa, paradossalmente, ha aumentato il consumo di petrolio in questa fase – a differenza di quanto accade in tutte le altre macro-aree economiche. Gli ultimi dati lo confermano: mentre il mondo rallenta, l'Europa consuma più greggio, e questo è un input inflattivo che non si può ignorare.

È il genere di segnale che non arriva dai tweet, ma dai tubi fisici del petrolio e dai serbatoi. È prevedibile perché è già in corso.

La Fed, il nuovo presidente e la gatta da pelare

Ora vedremo cosa deciderà la Federal Reserve, con un nuovo presidente messo lì appositamente per abbassare i tassi di interesse. Verificheremo se effettivamente potrà farlo, mandando l'inflazione americana potenzialmente oltre la doppia cifra, oppure se sarà costretto a un attendismo che nessuno ha messo in conto.

Questa è la vera gatta da pelare. Forse la più difficile che un banchiere centrale possa trovarsi per le mani in questo momento storico. Da un lato la pressione politica per tagliare, dall'altro il rischio concreto di perdere il controllo sui prezzi. Una situazione che nessuno vorrebbe dover gestire.

Ed è proprio questo il punto che ci porta direttamente alla nostra operatività. Perché aspettiamo la Fed al suo primo esame duro. Scopriremo se il nuovo corso vuole dare l'estasi al mercato con un taglio a sorpresa, oppure una bella secchiata d'acqua per raffreddare il nocciolo prima che arrivi alla fusione. È lì che si deciderà il destino dei prossimi mesi.

Cosa fare, allora? La nostra view operativa

Per questo motivo, rimangono valide tutte le indicazioni che abbiamo fornito nelle scorse settimane sui titoli finanziari e sui livelli di ingresso. Nulla si è modificato dal punto di vista strutturale.

Ma veniamo al concreto. Prendiamo il Nasdaq. La direzionalità rialzista è forte, indiscutibile, e l'analisi tecnica continua a sostenere il movimento. Siamo però a livelli che, per me e per il mio portafoglio, non rappresentano una buona scelta di acquisto.

Il Nasdaq darebbe un vero stimolo all'entrata solo a 24.200 punti. Cinquemila punti in meno di dove siamo adesso. Non è una provocazione, è una questione di rapporto rischio/rendimento. Comprare su questi massimi, con tutto il rumore che abbiamo descritto, significa esporsi a drawdown improvvisi senza un adeguato cuscinetto di sicurezza.

Io preferisco attendere storni per entrare. Non per mancanza di convinzione sul trend di fondo, ma perché in un mercato che viene stravolto, frantumato, accartocciato e poi riacceso in una dinamica positiva da un secondo all'altro, il prezzo d'ingresso diventa l'unica vera protezione che abbiamo.

Parlare oggi e dover suggerire nuovi ingressi a questi livelli è veramente troppo rischioso per chi vuole esporsi in maniera seria dando indicazioni agli investitori. Non è prudenza, è onestà intellettuale.

Quando il mercato si muove a colpi di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, l'unica bussola che abbiamo sono i dati fisici: l'inflazione alimentare, il petrolio che l'Europa continua a consumare, le materie prime che non mentono. Il resto è rumore. E in questo momento, il rumore è assordante.

Noi restiamo alla finestra. Con i livelli pronti nel cassetto e la convinzione che la pazienza, in questi frangenti, non sia solo una virtù: è l'unica strategia sensata.

Fabio Tanevini è un trader privato e potrebbe detenere gli strumenti finanziari oggetto delle sue analisi risultando così in conflitto di interesse con i lettori.
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