Il direttore responsabile Emilio Tomasini è apparso su:

La solita imprenditoria all’italiana


La notizia, nei fatti, è una non notizia. Che Poste Italiane fosse interessata all’acquisizione di TIM è cosa nota da tempo … e siccome noi del Lombard preferiamo rimanere spettatori di questi italici accrocchi, il mese scorso avevamo venduto la posizione aperta con TIM con un onesto profitto e prima del raggruppamento azionario 1/10.

Tuttavia, la scorsa settimana la cosa è stata ufficializzata e formalizzata: Poste Italiane ha lanciato un’OPAS (offerta pubblica di acquisto e scambio) su Telecom Italia TIM. Non robetta, intendiamoci: da un lato parliamo di un’azienda che con il passare degli anni è diventata un mix tra una logistica, una banca, un’assicurazione e una finanziaria – perdendo la propria originaria configurazione di azienda dedicata ai servizi postali – e, dall’altro, la principale azienda italiana nel settore delle telecomunicazioni. Comunque la si voglia guardare, due colossi che ad oggi si collocano rispettivamente nella top-10 e nella top-20 del nostro listino.

La proposta, nel dettaglio, prevede un’offerta di una somma di denaro quantificata in € 1,67 + 0,218 azioni di Poste Italiane per ogni azione di Telecom. Fin qui tutto bene, nel senso che è facoltà dell’offerente proporre un tot in “vil denaro” e un tot in azioni proprie; però non benissimo dal momento che inizialmente Poste Italiane aveva deciso di non privarsi di azioni proprie per scambiarle con gli azionisti Telecom, ma di emettere nuove azioni ordinarie per l’occasione, operando nei fatti una cosiddetta diluizione a scapito, però, degli attuali azionisti. La cosa, tuttavia, non sembra essere piaciuta particolarmente alla borsa (e forse anche a qualcun altro …), visto che entrambi i titoli viaggiano in territorio negativo da ormai un paio di settimane e, in verità, lo stanno facendo all’unisono da giorni. E forse è per questo che poi un’assemblea straordinaria degli azionisti ha approvato il conferimento al consiglio di amministrazione della delega per un aumento di capitale a pagamento volto appunto a supportare l’operazione. Le tempistiche, tuttavia, non sembrano particolarmente in linea con quelle dell’OPAS: dal comunicato ufficiale si legge infatti che detto AdC dovrà essere avallato entro il 31/12/26 … ben oltre quindi il termine dell’OPAS che terminerà l’11 settembre. E che il 18 settembre 2026, l’offerente corrisponderà il corrispettivo a ciascun azionista di TIM che abbia aderito alla proposta. Tuttavia, nel caso ricorrano i presupposti, il periodo di adesione potrà essere riaperto per ulteriori 5 giorni di borsa aperta salvo eventuali proroghe del periodo di adesione da parte di Consob. Comunque, entro e non oltre il 2 ottobre 2026, l’offerente dovrà corrispondere il corrispettivo a ciascun azionista di TIM che abbia accettato la conversione dei propri titoli. Mi chiedo, a questo puntoi, come faranno a dare entro queste date dei titoli di cui si deve ancora approvare l’emissione e farsi quindi dare dei soldi dagli azionisti (posto che siano d’accordo …). I soliti “trusci” all’italiana insomma!!

La Consob ha avallato questa “iniziativa”, con Poste Italiane che ha predisposto la documentazione per ottenere il placet da Banca d’Italia e per rispettare la Golden Power. Di conseguenza, gli azionisti Telecom hanno facoltà dal 20 luglio fino all’11 settembre di aderire o meno all’offerta. Ieri, primo giorno di adesione, diciamo che non c’è stato nessuno che si è azzuffato per aderire all’offerta (meno dello 0,05% degli azionisti ha presentato domanda di adesione). Ma, del resto, non c’è fretta.

E andiamo oltre allora, perché, come diceva un famoso conduttore televisivo, la domanda sorge spontanea: ma come è possibile pensare di acquisire un’altra azienda senza soldi veri? Ovvero: perché la Consob consente una simile operazione? Pressioni politiche? Interessi politici? Mi sovviene il vecchio adagio che recitava che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Perché francamente, da imprenditore, questa cosa non solo irrita il mio sistema nervoso, ma mi fa davvero pensare che ancora una volta stiamo davvero assistendo ad affari con i soldi del Monopoli! La realtà dei fatti dice che Poste Italiane tira fuori sì una parte in contanti dal suo portafoglio, ma il grosso lo fa sulle spalle degli azionisti: “…perchè io so’ io, e voi nun siete un c…” come recitava il buon Alberto Sordi nei panni del Marchese del Grillo.

Sono (stato) abituato, quando vengono fatti investimenti in azienda, o a tirar fuori dei soldi dalla cassa o a chiedere un finanziamento alla banca: presento l’ultimo bilancio e il bilancino parziale dell’anno in corso, l’andamento del fatturato e una documentazione del perché e del per come voglio fare una determinata operazione. Del resto, mi sembra normale: devo dimostrare a chi mi presta dei soldi come sto messo di salute e quello che ho in mente di fare per dare maggior lustro alla mia attività. Qui, invece, è stata deliberata un’operazione straordinaria creando denaro dal nulla … ovvero con soldi che non ci sono ancora e che non è scontato che arrivino. Perché, in fin dei conti, i risparmiatori e gli investitori si sono anche un po’ “rotti” di fungere da bancomat per operazioni di cui si fatica a vedere un significato.

Intendiamoci: nel giro di qualche mese Poste Italiane potrebbe vedere la sua quotazione raggiungere orizzonti fino a un anno fa impensabili … e allora ben avranno fatto quegli azionisti che avranno dato fiducia al management per questa operazione. Ma, ancora una volta, non posso non riscontrare ed evidenziare che in questo disgraziato paese le operazioni di finanza straordinaria, almeno quelle legate alle grandi aziende, avvengono in modo totalmente distorto da quello che i sacri testi dell’economia e della finanza aziendale dicono e ci insegnano. Perché la verità è sempre una: se hai i soldi fai, se non ce li hai stai a guardare … o per lo meno ti impegni per farli e guadagnarti così delle opportunità. Oppure te li fai prestare sapendo che per questo impegno verso terzi dovrai riconoscere un giusto premio. Ma qui, di premi, francamente non se ne vedono né se ne prospettano. Anzi, secondo il giudizio di alcuni esperti (l’agenzia Scope Ratings), questa M&A comporterà un aumento dei debiti per la società risultante dalla fusione e, di conseguenza, un potenziale peggioramento del profilo di rischio finanziario di Poste Italiane. Ciò non vuol dire che domattina il rating di PST debba vedere un downgrade, anche perché il governo si adopererà per supportare una realtà così strategica per il paese. Onestamente, però, vedo più politica che opportunità dietro questa operazione. Telecom, non ne facciamo un mistero, l’abbiamo sempre definita un carrozzone senza grandi speranze, anche se l’abbiamo comprata e venduta qualche volta perché abbiamo letto un potenziale trade profittevole nei grafici che guardavamo. Ma sinceramente fatico a credere che questa integrazione porterà una chissà quale grande sinergia: si avrà un’azienda multi-tasking, gestita da manager nominati dalla politica, e da italiano, più che da investitore o imprenditore, la cosa non mi fa così tanto ben sperare … Fermo restando che bisognerà vedere come andrà l’adesione degli azionisti: senza il raggiungimento della cosiddetta “maggioranza qualificata” e del delisting di Telecom Italia, la fusione potrebbe non avvenire, causando così l’ennesimo “pasticcio all’italiana” di cui siamo maestri indiscussi. Con un piano industriale di TIM che, di circostanza, non potrà essere aggiornato fino al completamento dell’operazione. Che poi Barclays indichi € 35,20 target di prezzo per PST può anche far piacere agli azionisti presenti e futuri, ma stante la situazione queste dichiarazioni hanno tutta l’aria di essere compiacenti e/o interessate.

Integrare TIM nonché mantenere un profilo aziendale solido e redditizio da parte della nascitura società non appare un gioco da ragazzi. Ridurre e/o rifinanziare progressivamente il debito accumulato negli anni da Telecom neppure. Poi è anche vero che le potenziali sinergie che verrebbero a crearsi potrebbero benissimo ridurre la cosiddetta leva finanziaria grazie alla liquidità non vincolata delle controllate di PST, ma bisogna tener conto che TIM, in virtù della policy finanziaria di Poste, potrebbe incontrare qualche difficoltà che oggi neppure contempla nel proprio operato. Un’operazione, quindi, che nel suo complesso non appare così necessaria e/o vincente. Ha un po’ di quei matrimoni che sembra che per forza si debbano fare, ma che già partono con tutta una serie di dubbi ed incertezze che per ora nessuno sembra aver voglia di dipanare. Possiamo solo sperare che il tutto non finisca, come ormai tanti casi ci hanno amaramente insegnato, sulle spalle degli italiani chiamati con i soldi delle proprie tasse a sostenere le inefficienze che altri hanno avallato per anni.

Noi del Lombard, peraltro, saremo comunque sempre pronti a chiamare un buy se i grafici ci diranno che s’ha da fare.

Semper fidelis !

L'autore del presente articolo è un trader privato e potrebbe essere direttamente interessato e quindi in conflitto di interesse con i lettori sugli strumenti finanziari da lui citati.
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