L’economia italiana continua a trasmettere un segnale piuttosto difficile da equivocare: la crescita dei servizi e la tenuta dell’occupazione non sono riuscite a trasformarsi in una vera ripartenza del ciclo industriale e dei consumi. Il problema è che questa debolezza non appare più come una semplice pausa congiunturale, ma comincia ad assumere i caratteri di una perdita strutturale di dinamismo, soprattutto se il confronto viene fatto con le principali economie europee.
I dati riportati dal grafico qui sotto mostrano che l’indice della produzione industriale italiana, dopo aver raggiunto il massimo nell’area 2022 sopra quota 103, ha imboccato una traiettoria discendente quasi continua. Oggi siamo intorno a 93-94, quindi circa dieci punti sotto quei massimi, senza che il modesto recupero osservato tra il 2025 e l’inizio del 2026 sia riuscito a cambiare la pendenza del movimento.
Il dato più recente conferma questa difficoltà: a giugno la produzione industriale è scesa dell’1% sul mese, mentre su base annua la contrazione è dello 0,6%. La debolezza è diffusa e coinvolge in particolare beni capitali e settori ad alta intensità energetica, cioè proprio quelle componenti che normalmente anticipano la capacità di investimento e di espansione futura del sistema produttivo.
Ancora più interessante è mettere questo andamento a fianco dei consumi. Le vendite al dettaglio reali dell’area euro sono ormai nettamente sopra i livelli del 2019, ma la media europea nasconde differenze enormi. La Francia si trova circa il 13,6% sopra dicembre 2019, la Spagna del 9,1%, la Germania del 6,4% e l’intera area euro del 7,9%. L’Italia, invece, rimane ancora sotto del 2,1%. È probabilmente il dato più significativo dell’intera sequenza, perché sei anni dopo il livello pre-Covid il consumatore italiano continua ad acquistare, in termini reali, meno di quanto acquistasse allora.
Anche il quadro europeo, peraltro, comincia a mostrare qualche incrinatura. L’indice delle vendite reali dell’Eurozona rimane vicino ai massimi del periodo, ma a giugno è arrivata una contrazione mensile dello 0,3%, contro un’attesa di +0,1%, mentre la crescita annuale è rallentata allo 0,7% rispetto all’1% previsto. I costi energetici elevati stanno evidentemente comprimendo soprattutto le componenti discrezionali della spesa e questo rende più fragile una ripresa dei consumi che finora aveva compensato almeno in parte la debolezza manifatturiera.
Per l’Italia la combinazione è particolarmente scomoda: produzione industriale in discesa, consumi reali ancora inferiori al 2019 e una domanda europea che rallenta proprio mentre l’industria avrebbe bisogno di un motore esterno. Se nei prossimi mesi non arriverà un’inversione convincente degli ordini, degli investimenti e della produzione, sarà sempre più difficile attribuire la stagnazione industriale italiana soltanto alla fase ciclica internazionale. Il confronto con Francia e Spagna suggerisce che una parte del ritardo nasce anche dalla capacità molto diversa con cui le economie europee hanno trasformato la crescita nominale degli ultimi anni in crescita reale della domanda interna.
L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
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