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Italia-USA: il grande divario dei dividendi


Per molti anni l’investitore americano ha potuto permettersi di considerare il dividendo quasi come un accessorio. A Wall Street il rendimento è arrivato soprattutto dalla crescita degli utili e dall’aumento delle quotazioni, mentre una parte crescente delle società ha preferito utilizzare la cassa per buyback e investimenti anziché distribuirla agli azionisti. Oggi, però, questa caratteristica del mercato statunitense assume un significato diverso, perché il confronto con i rendimenti disponibili sulla liquidità è diventato particolarmente severo.

Il dividend yield stimato dell’S&P 500 è appena dell’1,14%, mentre il rendimento della liquidità si colloca intorno al 3,75% e l’inflazione al 3,5%. Significa che chi compra l’indice americano accetta un rendimento corrente inferiore di oltre due punti e mezzo percentuali rispetto al cash, confidando necessariamente nella crescita futura degli utili e nell’apprezzamento delle azioni. Anche restringendo l’analisi ai settori più generosi, il quadro cambia soltanto in parte: immobiliare, utilities ed energia offrono rendimenti più elevati, ma nessuno dei grandi comparti dell’S&P 500 supera il rendimento della liquidità.

È qui che il confronto con l’Italia diventa interessante. Il secondo grafico mostra come il mercato italiano presenti un dividend yield prossimo al 4%, circa tre volte quello degli Stati Uniti e tra i più elevati dei principali mercati sviluppati. Piazza Affari si colloca vicino a mercati tradizionalmente caratterizzati da distribuzioni generose come Australia, Polonia e Messico e sopra Germania, Francia, Giappone e naturalmente Stati Uniti.

Non significa automaticamente che le azioni italiane siano migliori di quelle americane. Wall Street incorpora una concentrazione molto maggiore di aziende tecnologiche e società ad alta crescita, mentre il listino italiano presenta un peso importante di banche, assicurazioni, utilities ed energia, settori maturi nei quali una quota consistente degli utili viene distribuita agli azionisti. Ma proprio questa differenza rende oggi il confronto meno scontato di quanto fosse qualche anno fa.

Negli Stati Uniti chi acquista azioni rinuncia a una parte consistente del rendimento immediatamente disponibile sui Treasury o sulla liquidità e deve quindi essere remunerato principalmente attraverso l’aumento degli utili e dei multipli. In Italia il dividendo copre invece già una parte rilevante del rendimento atteso dell’investimento. Se una società italiana rende il 4-5% e riesce anche soltanto a mantenere stabile l’utile nel tempo, il punto di partenza dell’azionista è molto diverso rispetto a quello di chi compra l’S&P 500 all’1,14%.

Il paradosso è che per anni Piazza Affari è stata considerata il mercato poco interessante e Wall Street il luogo dove bisognava necessariamente essere investiti. I numeri sui dividendi ricordano invece che il prezzo pagato rimane fondamentale. Gli Stati Uniti continuano ad avere società straordinarie, ma oggi l’investitore le paga rinunciando quasi completamente al rendimento corrente. L’Italia offre aziende mediamente meno dinamiche, ma consente di incassare subito una remunerazione che, in molti casi, è paragonabile o superiore a quella offerta dalla liquidità. Ed è una differenza che, quando i tassi non sono più vicini allo zero, torna inevitabilmente a pesare nelle decisioni di portafoglio.

L’autore del presente articolo è iscritto all’Ordine dei Giornalisti e non detiene gli strumenti oggetto delle sue analisi.
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