Strategie, titoli e tanto altro: soddisfiamo le richieste di chi vuole capire meglio le mosse per affrontare un momento davvero complesso. E poi un report di BlackRock sul tema.
Il report della domenica
Mercoledì (https://www.lombardreport.com/2026/10/7/obiettivo-reddito-160/) abbiamo dato una prima risposta alle tante domande che il mercato si pone in tema obbligazionario. Spazio ora ai vostri quesiti specifici.
● Dall’analisi emerge una preferenza nei confronti dei titoli a tre anni. Anche loro però hanno sofferto non poco. Perché?
Tutta la curva dei rendimenti – sia italiani sia di altri governativi – si è mossa al rialzo. Un anno fa il Btp a 3 anni si attestava sul 2,3%. Ora è oltre il 3,6%. Le pressioni inflazionistiche e i timori di aumento dei tassi si sono fatti sentire anche qui, anzi ancor più qui, malgrado le duration di questa parte delle scadenze siano molto favorevoli. Eccola così quella che possiamo una vera anomalia dei mercati. Il pensare in effetti che i triennali rappresentino un rischio sarebbe un’esasperazione del contesto generale. Per cui cogliere occasioni sui tre anni può essere interessante, salvo che si sia talmente pessimisti da non escludere anche rischi sulle scadenze a breve termine. In tal caso c’è una sola opzione possibile: non investire in nulla e per nulla.
● Ci sono Btp corti “no Cacs”? Sarebbero una buona soluzione nella situazione attuale?
Giusto! In effetti collocarsi su Btp a vita residua corta ma emessi prima del 2013 può essere una soluzione transitoria per abbassare la rischiosità di un portafoglio di Btp. Ne indichiamo due (il caso vuole che entrambi abbiano un Isin con finale 11):
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Btp 6,5% Nv2027 |
IT0001174611 |
Emissione del 1997 |
Quotazione in corso sui 103,3 € |
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Btp 5,25% Nv2029 |
IT0001278511 |
Emissione del 1998 |
Quotazione in corso sui 104,5 € |
I Btp “no Cacs” sono titoli di stato che non contengono le Clausole di Azione Collettiva, ovvero con condizioni di rimborso e pagamento che non possono essere modificate unilateralmente dallo Stato emittente ottenendo il solo consenso di una maggioranza degli obbligazionisti. Per alterare i termini di un Btp "no Cacs" sarebbe necessario l'accordo di tutti i singoli detentori, rendendo un'eventuale ristrutturazione del debito molto più complessa o di fatto impossibile.
Abbinando eventualmente un Btp Italia, indicizzato all’inflazione nazionale, ma corto – come spiegato nell’articolo di mercoledì – si realizza un’ulteriore forma di protezione.
● La Francia farà default?
È una domanda che fa venire i brividi. Se succedesse non ci sarebbe “safety asset”. Vediamo di analizzare i numeri:
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Debito pubblico sul Pil |
Al 116% |
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Importo debito pubblico |
3,59 trilioni di Eur |
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Deficit sul Pil |
5,4% |
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Il vero problema |
Il Tesoro francese prevede di emettere 340 miliardi di euro di debito nel 2027, 20 miliardi in più rispetto a quest'anno, mentre stanno per arrivare a scadenza i prestiti contratti durante la pandemia. Ma il loro costo era nettamente inferiore rispetto a quello attuale |
Ormai tutto sta nelle mani del prossimo Governo, quello che uscirà dalle elezioni presidenziali del 18 aprile. Le intenzioni dei candidati più accreditati sembrano improntate a un ritorno del deficit sotto il 3% e a una progressiva discesa del debito pubblico. L’ipotesi quindi di un inasprimento della crisi nel lungo periodo appare irrealistica. Certamente bisognerà però attendere ancora perché un risanamento dei conti pubblici possa essere messo in atto. Se un peggioramento dovesse invece manifestarsi, un del tutto ipotetico default sarebbe drammatico non solo per l’Europa ma per tutto il sistema finanziario globale, con conseguenze tragiche. Nessuno si salverebbe.
● Ci sono occasioni da cogliere sul fronte degli Oat francesi? Ho in portafoglio varie emissioni e tutte sono in rosso. Che fare?
Molto investitori non lo sanno ma anche sul fronte degli Oat ci sono titoli “no Cacs”. Eventuali switch da governativi “Cacs” a governativi “no Cacs” francesi possono essere una via di uscita, sebbene l’etichetta “no Cacs” non sia una garanzia al 100%. Proteggono infatti da una ristrutturazione del debito ma non da un default, ipotesi – ripetiamo – al momento irrealistica per la Francia. Un titolo interessante in tale ambito? L’Oat 4% Ot2038 (Isin FR0010371401): emesso nel 2005, quota sui 91,1 Eur, con un rendimento lordo sul 5%.
● Ho 100.000 euro da investire. C’è un bond solido da valutare in ottica di medio termine?
Se il petrolio è il protagonista assoluto dei mercati (al contrario di quanto si ipotizzava solo qualche anno fa) e se Eni continua a macinare utili da record, l’ipotesi “cane a sei zampe” per i bond merita certamente attenzione. Un’emissione a taglio 100.000 euro c’è: si tratta del tasso fisso 4,25% 2033 (Isin XS2623956773). Quota su Borsa Italiana e la si può comprare sui 100 Eur, in presenza di un book di negoziazione buono e di un rendimento a scadenza quasi allineato a quello cedolare.
● Nel report pubblicato mercoledì si ipotizzano due contesti obbligazionari solidi: sono quelli della Svizzera e dell’Australia. Si possono avere maggiori dettagli in merito?
Partiamo dalle rispettive valute e poi vediamo il quadro dei bond.
Il franco svizzero ha proseguito nel suo lungo viaggio di rafforzamento sull’euro. Era inevitabile ma da qualche tempo la soglia fra 0,91-0,93 Eur/Chf si è dimostrata una zona di arrivo, con vendite da parte della Banca centrale (Bns) di Berna per contrastare l’eccessivo rafforzamento rispetto ad euro e dollaro. Molto dipenderà ora dalle scelte di politica monetaria. Certo è che il contesto non fa ipotizzare movimenti violenti nel medio termine, salvo annunci sconvolgenti da parte della Bns.
In questo caso il titolo da monitorare è il Confederazione elvetica 4% 2028 (Isin CH0008680370 – taglio 1.000 Chf), che quota sui 105,6 Chf con yield 0,16%, strumento da remunerazione a scadenza molto bassa ma in grado di semplificare l’operatività sul cambio con bassi costi. Volendo esporsi su una duration elevata ecco il titolo preferibile: Confederazione elvetica 2% 2064 (Isin CH0224397007): quota però sui 149 Chf, con yield 0,55%. Imprescindibile, comunque, un conto in valuta.
Il dollaro australiano ha una bassa volatilità media, se si considera che negli ultimi dieci anni si è mosso fra 1,5 Eur/Aud e 1,8 Eur/Aud. In realtà gli 1,8 li ha toccati solo in due spike ribassisti nel 2020 e nel 2025, mantenendosi nel resto del periodo fra 1,7 e 1,5. Quindi la variabile valutaria appare nel complesso ben gestibile. Il rendimento del decennale australiano si attesta sul 5,4%, in forte crescita negli ultimi anni, e ciò dipende da un’inflazione strutturalmente più elevata rispetto a quella degli altri Paesi occidentali, il che è dovuto a un’economia basata sull’export di commodities. Con un piccolo portafoglio di governativi a tasso fisso (quotati su Borsa Italiana) e bancari tasso variabile/governativi inflation linked (quotati su altre Borse) ci si può garantire quindi una buona stabilità delle quotazioni e rendimenti significativi su una valuta non eccessivamente volatile, meglio ancora se gestita con uno specifico conto nella specifica divisa.
● E se i titoli di Stato fossero morti per sempre?
Pochi anni lo si sosteneva perché i rendimenti erano troppo bassi. Oggi lo si sostiene perché sono troppo alti. Bisogna mettersi d’accordo una volta per tutte!
● La correlazione inversa fra bond in crisi e azionario ancora in salita non potrebbe capovolgersi se il secondo correggesse violentemente nei prossimi mesi?
È la speranza su cui puntano gli obbligazionisti, una speranza però debole. Il ritorno dei titoli di Stato a “rifugio sicuro” non appare al momento probabile, perché i fattori che determinano la loro debolezza sono vari, a cominciare dai debiti pubblici. Se l’azionario andasse in profondo rosso meglio quindi puntare sul cash puro, preferibile perfino ai conti deposito se condizionati a vincoli temporali.
● Ho Treasuries Usa lunghi perché puntavo su tagli dei tassi – tanto preconizzati da Trump (uno che di economia non capisce nulla!) – e ora mi trovo con perdite in conto capitale di tutto rilievo. Che si può fare?
Risposta complessa. Cominciamo dalla variabile dollaro, che sta vivendo una fase di rafforzamento di breve termine, spinto dalla politica restrittiva della Federal Reserve. Gli analisti prevedono però una graduale debolezza a partire dal 2027, a causa dell'impatto del debito fiscale statunitense. Il rapporto quindi fra rendimenti obbligazionari futuri e cambio Eur/Usd si prevede molto instabile.
Sui Treasuries ci sono altrettanto incertezze: il rendimento del decennale ha raggiunto e superato quota 5,20%, segnando i massimi dal 2002. Allo stesso tempo il 3 anni è al 4,92%. Cogliere quindi quest’ultima occasione vendendo lunghi ed extralunghi e operando attivamente sul cambio (attenzione però alle commissioni bancarie!) è una via di uscita se non si vuole abbandonare il contesto Usa. Preferibile comunque abbassare la quota di obbligazionario in Usd, visto che lo spread di rendimenti con l’area euro si è ridotto. Un’alternativa molto remunerativa può essere quella di trasferirsi su high yield nella divisa d’oltre Oceano molto corti (1 -2 anni), che garantiscano cedole di tutto rilievo. Questa è un’area di pascolo sempre remunerativa ma accessibile quasi solo a chi opera con intermediari attivi sulle Borse tedesche o sull’Otc (mercato non regolamentato).
● Se io partissi ora da zero con i titoli di Stato europei me ne indichereste almeno tre sufficientemente remunerativi e a rating AAA?
Sulla validità dei rating ci sarebbe da discutere ma non è questa la sede.
La lista? Ecco tre ipotesi:
● Germania Bund 3,3% Nv2033 (Isin DE000BU27022 – taglio 1.000): quota sui 99,9
● Olanda 2,5% Lg2035 (Isin NL0015002F72 – taglio 1.000): quota sui 92,3
● Lussemburgo 3,125% Mz2036 (Isin LU3315368814 – taglio 1.000 – trattato su Borse estere): quota sui 95,2.
● Gli emergenti hanno retto meglio nella crisi dell’obbligazionario rispetto ai cosiddetti Paesi sviluppati. Perché ne scrivete poco al contrario di quanto avveniva qualche anno fa?
Facciamo ammenda! È vero. Ci rifaremo con specifiche analisi di questi mercati nelle prossime settimane, anche perché ci sono davvero occasioni molto interessanti nel contesto “emerging”.
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Ci sarebbero altri quesiti posti che meriterebbero approfondimenti. Passiamo però ora a un report di BlackRock, molto analitico e utile per sviscerare l’argomento.
Il grande rialzo dei rendimenti obbligazionari degli ultimi anni ha cambiato profondamente il quadro per gli investitori. Dopo una lunga fase caratterizzata da tassi estremamente bassi, se non negativi in alcuni mercati, il reddito fisso è tornato a offrire una fonte significativa di rendimento. È questa la principale conclusione del BlackRock Investment Institute (BII), che nel report “Income restored – but stay flexible” sottolinea come “l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato globali abbia ripristinato il reddito come fonte fondamentale dei rendimenti di portafoglio”.
Secondo gli esperti di BlackRock, oggi le opportunità sono decisamente più interessanti rispetto a cinque anni fa. Nel portafoglio strategico di riferimento del BII, il rendimento medio è infatti salito al 5,6%, contro appena il 2,3% del 2021. Ma il messaggio degli analisti è altrettanto chiaro: “gli investitori devono essere selettivi rispetto ai rischi che assumono per ottenere questo reddito”.
Uno degli elementi più significativi evidenziati dal BlackRock Investment Institute riguarda l’ampiezza dell’attuale opportunità nel reddito fisso. L’analisi dei dati LSEG effettuata dal BII mostra che oltre l’80% dell’universo obbligazionario globale offre oggi un rendimento superiore al 4%. Una situazione molto diversa rispetto agli anni dei tassi ai minimi.
“È possibile oggi assicurarsi un reddito consistente senza necessariamente spingersi verso la parte più lunga della curva dei rendimenti o verso i segmenti più rischiosi del credito”, osservano gli esperti.
Il cambiamento emerge anche guardando al portafoglio strategico di BlackRock: la quota di obbligazioni con rendimento superiore al 4% è passata dal 2% del 2021 al 91% nel 2026. “L’opportunità di reddito si è notevolmente ampliata”, è la valutazione del BII.
Treasury trentennali, qui c’è la crisi
Secondo i dati LSEG riportati nel documento, alla fine di agosto i rendimenti dei Treasury americani a 10 e 30 anni si collocavano rispettivamente intorno al 4,7% e al 5,3%, con il trentennale arrivato ai massimi degli ultimi 19 anni. Anche in Europa il movimento è stato significativo: il rendimento del Bund tedesco a 10 anni ha raggiunto circa il 3,25%, il livello più elevato da 15 anni. In Giappone, invece, il decennale si è avvicinato al 3%, una soglia che non veniva raggiunta dalla metà degli anni Novanta.
“Il reset dei rendimenti evidenzia quanto l’aumento dei tassi possa penalizzare il valore delle obbligazioni a lunga scadenza”, sottolineano gli esperti di BlackRock.
Le perdite dal 2021 non sono ancora state recuperate
Il rialzo dei rendimenti ha avuto un costo pesante per chi era già investito nei titoli governativi a lunga durata. Secondo i dati Bloomberg citati nel rapporto, le obbligazioni governative dei mercati sviluppati a lunga scadenza hanno perso circa il 30-40% del loro valore dall’inizio del 2021, a seconda della scadenza. Il fenomeno rappresenta un’importante lezione per gli investitori. Una cedola elevata non è infatti sufficiente per rendere automaticamente interessante un’obbligazione: bisogna considerare anche la sensibilità del prezzo alle variazioni dei tassi. “L’aumento dei rendimenti ha creato un’opportunità di reddito più ampia e duratura, ma le opportunità non assumono tutte la stessa forma e non offrono necessariamente la stessa remunerazione per il rischio”, avverte il BII.
Preferire le scadenze brevi
È proprio sulla base di questa valutazione che il BlackRock Investment Institute mantiene un atteggiamento più favorevole nei confronti delle obbligazioni a breve e media scadenza. “Preferiamo quelle con scadenze più brevi, dove i rendimenti più elevati offrono un reddito interessante con un minore rischio di duration”, spiegano gli analisti. Il concetto è relativamente semplice: se un investitore può ottenere un rendimento interessante acquistando un titolo con una scadenza contenuta, non è necessariamente conveniente assumersi il rischio aggiuntivo associato a un’obbligazione trentennale. Il BII ritiene infatti che i Treasury a breve e medio termine offrano oggi un rapporto più favorevole tra rendimento e rischio di duration rispetto ai titoli a lunga scadenza.
Cambiano i ruoli
C’è poi un’altra ragione per cui BlackRock mantiene una posizione prudente sulle obbligazioni governative a lunga scadenza: il loro tradizionale ruolo di protezione nei portafogli potrebbe essersi indebolito. Per decenni, quando l’economia rallentava o i mercati azionari scendevano, gli investitori potevano contare sulla prospettiva di un taglio dei tassi da parte delle banche centrali. I rendimenti obbligazionari diminuivano e i prezzi dei bond aumentavano, compensando almeno in parte le perdite delle azioni. “Questa relazione oggi è meno affidabile”, avverte il BlackRock Investment Institute. Il motivo è che gli shock inflazionistici derivanti dall’offerta hanno assunto un’importanza maggiore. Con un’inflazione più persistente, le banche centrali hanno meno spazio per reagire a un rallentamento economico attraverso tagli aggressivi dei tassi. Il BII cita un dato particolarmente significativo: negli ultimi cinque anni la correlazione giornaliera tra azioni statunitensi e Treasury decennali è stata positiva, pari al 7%, contro una correlazione negativa del 43% nel decennio precedente la pandemia.
A cinque anni
Sul fronte strategico, con un orizzonte di almeno cinque anni, BlackRock preferisce dunque i titoli governativi a breve e media scadenza e mantiene un orientamento prudente verso le obbligazioni governative a lunga durata e gli indici creditizi generalisti. Il BII indica inoltre una preferenza per le fonti di reddito dei mercati privati, comprese le infrastrutture. “Guardiamo ai flussi di cassa e ai rischi sottostanti piuttosto che all’etichetta dell’asset”, spiegano gli esperti. Sul fronte tattico, con un orizzonte di sei-dodici mesi, la preferenza va ancora una volta alle obbligazioni governative a breve e media scadenza, ma anche al debito dei mercati emergenti denominato in valuta locale e al credito europeo all’interno dell’universo high yield globale.
Nuove alternative alle obbligazioni
La ricerca del rendimento, secondo BlackRock, non deve però necessariamente fermarsi al reddito fisso. Il BII guarda infatti anche a strategie non tradizionali, comprese alcune basate sui derivati azionari. “Strategie opzionali personalizzate, con adeguati limiti di rischio, possono offrire un reddito interessante insieme all’esposizione azionaria”, spiegano gli esperti. L’idea è sfruttare il premio per il rischio implicito nelle opzioni senza dover necessariamente aumentare in modo strutturale l’esposizione verso i settori tradizionalmente considerati ad alto dividendo, come utility e beni di prima necessità. Secondo BlackRock, il contesto macroeconomico più volatile emerso dopo la pandemia ha inoltre aumentato il potenziale di queste strategie. “Il regime attuale potrebbe offrire agli investitori maggiori opportunità di generare reddito attraverso una vendita selettiva di opzioni”, osserva il BII, precisando tuttavia che si tratta di strategie non adatte a tutti gli investitori.
In sostanza: essere flessibili
Il messaggio complessivo del rapporto è quindi piuttosto netto. Il ritorno di rendimenti obbligazionari significativamente più elevati rappresenta una delle principali opportunità per gli investitori dopo anni di tassi estremamente bassi. Ma non tutte le obbligazioni sono uguali. “Higher yields have restored income, but investors need to stay flexible”: è questa, in sostanza, la filosofia del BlackRock Investment Institute. La maggiore remunerazione oggi disponibile deve essere valutata insieme al rischio di duration, alla qualità del credito e alla possibilità che il nuovo regime caratterizzato da maggiore inflazione, maggiore domanda di capitale e maggiore volatilità possa mantenere elevati i rendimenti ancora a lungo.
Per BlackRock, quindi, il ritorno dell’income non coincide con un semplice ritorno al passato. “Le opportunità di reddito sono aumentate, ma la selettività è diventata ancora più importante”, concludono gli esperti. Ed è soprattutto nella parte breve e intermedia della curva, più che nell’inseguimento dei rendimenti a lunga scadenza, che il BII vede oggi il miglior equilibrio tra reddito e rischio.
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