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PAC o PIC: chi vince davvero? La risposta dipende dal tempo, dal mercato e dall’investitore


PAC o PIC: chi vince davvero? La risposta dipende dal tempo, dal mercato e dall’investitore

Questa mattina stavo preparando il consueto articolo dedicato a un fondo d’investimento interessante quando la mia attenzione è stata catturata da un’analisi pubblicata su Plus24 de Il Sole 24 Ore.

Il titolo dell’edizione cartacea era piuttosto esplicito: “Pac e Pic: ecco su cosa si gioca la partita dei ritorni”. L’articolo, firmato dalla giornalista Isabella Della Valle, riportava le elaborazioni di Sebastiano Posenato, analista dell’Ufficio Studi e Ricerche di Consultique.

L’argomento mi ha subito interessato perché coincide con una delle domande centrali del mio libro, pubblicato nell’aprile 2026: “PAC, FONDI COMUNI & ETF – Il metodo tranquillo per investire anche nei mercati che fanno paura”.

La domanda è semplice soltanto in apparenza: conviene investire tutto il capitale immediatamente oppure entrare gradualmente attraverso un piano di accumulo?

In altre parole, chi vince tra PAC e PIC?

La risposta più corretta è probabilmente la meno spettacolare: non esiste un vincitore assoluto. Esiste la strategia più adatta al capitale disponibile, al momento di mercato, all’orizzonte temporale e, soprattutto, alla capacità dell’investitore di sopportare la volatilità.

PAC e PIC: due strategie che non partono dallo stesso punto

Il PIC, piano di investimento di capitale, prevede di investire immediatamente l’intera somma disponibile. Il PAC, piano di accumulo del capitale, distribuisce invece gli acquisti nel tempo attraverso versamenti periodici.

Nell’analisi pubblicata da Plus24 viene confrontato un investimento iniziale di 12.000 euro con un PAC da 100 euro al mese per dieci anni, utilizzando portafogli con differenti combinazioni di azioni e obbligazioni.

Con un portafoglio composto per l’80% da azioni e per il 20% da obbligazioni, nel decennio agosto 2006-luglio 2016 il PIC raggiunge un capitale finale di 23.276 euro, mentre il PAC arriva a 20.238 euro. Il PAC, tuttavia, registra un rendimento interno annuo superiore: 10,1% contro il 6,8% del PIC.

Nel decennio successivo il vantaggio del PIC sul capitale finale diventa ancora più evidente: 32.310 euro contro 21.360 euro. Anche in questo caso, però, il rendimento interno annuo del PAC risulta leggermente più elevato.

Sembra una contraddizione, ma non lo è.

Nel PIC tutto il capitale viene investito dal primo giorno e lavora per l’intero periodo. Nel PAC, invece, il denaro entra progressivamente: l’ultima rata rimane sul mercato soltanto per poco tempo. Confrontare esclusivamente i capitali finali senza considerare quando sono stati effettuati i versamenti rischia quindi di farci leggere soltanto metà della storia.

Perché il PIC tende a produrre più capitale

Nel lungo periodo i mercati azionari hanno storicamente avuto una tendenza crescente. Di conseguenza, investire subito una somma già disponibile offre normalmente maggiori probabilità di ottenere un capitale finale superiore.

Il motivo è intuitivo: più tempo trascorso sul mercato significa più tempo a disposizione per beneficiare della crescita e della capitalizzazione composta.

Naturalmente esiste un piccolo particolare, uno di quelli che i mercati amano ricordarci proprio quando iniziamo a sentirci particolarmente intelligenti: nessuno conosce in anticipo il momento migliore per entrare.

Investire tutto alla vigilia di un forte ribasso può essere psicologicamente molto difficile. La perdita iniziale rischia di spingere l’investitore a vendere nel momento peggiore, trasformando una flessione temporanea in una perdita definitiva.

Il problema, in quel caso, non è il PIC. È il comportamento dell’investitore.

Perché il PAC può essere la scelta migliore anche quando rende meno

Il PAC non nasce necessariamente per battere il PIC. Nasce soprattutto per permettere di investire con regolarità somme che diventano disponibili mese dopo mese e per ridurre il rischio psicologico di entrare sul mercato nel momento sbagliato.

Acquistando periodicamente, si comprano più quote quando i prezzi scendono e meno quote quando salgono. Questo non elimina il rischio e non garantisce un rendimento, ma rende meno decisivo il prezzo del primo ingresso.

È qui che il PAC mostra la sua vera forza.

Non cerca di prevedere il prossimo ribasso, attività nella quale economisti, analisti e investitori vantano una tradizione di errori piuttosto ben diversificata. Introduce invece una regola: una determinata somma viene investita con continuità, anche quando le notizie sono negative e la tentazione sarebbe quella di aspettare tempi migliori.

Il PAC è quindi anche uno strumento comportamentale. Aiuta l’investitore a trasformare la disciplina in un metodo e a non affidare ogni decisione all’umore del momento.

Chi dispone già del capitale deve scegliere il PAC?

La questione diventa più delicata quando l’intera somma è già disponibile.

In questo caso il PAC non serve a investire redditi futuri, ma a diluire nel tempo l’ingresso di un capitale esistente. È una scelta che può ridurre il rischio di investire tutto subito prima di una correzione, ma presenta anche un costo: se il mercato continua a salire, la parte ancora liquida rimane ai margini e partecipa solo in misura limitata alla crescita.

La scelta, quindi, non dipende soltanto da ciò che farà il mercato, perché purtroppo quel dato ci verrà comunicato con grande precisione soltanto dopo che sarà accaduto.

Dipende anche dalla persona.

Un investitore capace di tollerare una perdita temporanea importante può preferire l’investimento in un’unica soluzione. Chi teme che un forte ribasso immediatamente successivo all’ingresso possa spingerlo ad abbandonare il piano potrebbe invece scegliere un ingresso graduale.

Una strategia teoricamente più redditizia, se viene abbandonata durante la prima crisi, diventa rapidamente una pessima strategia.

PAC o PIC: il vero vincitore è il metodo

Questo è anche il messaggio che ho cercato di sviluppare nel mio libro “PAC, FONDI COMUNI & ETF – Il metodo tranquillo per investire anche nei mercati che fanno paura”.

Il PAC non viene presentato come una formula magica e nemmeno come una strategia destinata a vincere sempre. È un metodo per investire con continuità, utilizzare fondi comuni ed ETF in modo consapevole e affrontare la volatilità senza lasciare che la paura prenda il controllo delle decisioni.

Il PIC può produrre un capitale finale superiore perché investe prima e rimane più a lungo sul mercato. Il PAC può offrire un rendimento annualizzato interessante e, soprattutto, un percorso emotivamente più sostenibile.

Chi vince, dunque?

Vince il PIC quando il capitale è già disponibile, il mercato cresce e l’investitore riesce a rimanere fedele alla propria strategia. Vince il PAC quando il capitale si forma nel tempo o quando un ingresso graduale aiuta a non commettere errori dettati dalla paura.

Ma, alla fine, il vero vincitore non è necessariamente il PAC e non è necessariamente il PIC.

Vince il metodo che l’investitore è realmente capace di seguire anche quando i mercati fanno paura.

Ed è proprio in quei momenti che un piano d’investimento smette di essere una bella tabella preparata in tempi tranquilli e dimostra se può funzionare davvero.

L'autore del presente articolo è un trader privato e detenendo gli strumenti finanziari oggetto delle sue analisi potrebbe essere in conflitto di interesse con i lettori.
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