In modo quasi brutale e senza mezzi fronzoli: da imprenditore quale sono l’espressione “… ma abbiamo sempre fatto così!” è una di quelle cose che mi fa andare in bestia.
“Abbiamo sempre fatto così, perché dobbiamo cambiare?” denota innanzi tutto un comportamento di comodo, legato ad abitudini difficili da scardinare, nei fatti una sorta di indolenza mentale e di ignavia che nel sottoscritto provoca reazioni davvero poco edulcorate. Il motivo è presto detto: le cose cambiano, i tempi cambiano, noi cambiamo (spesso anche senza rendercene conto) … e noi per primi dobbiamo avere la forza e la voglia di essere disposti a cambiare per adattarci a nuovi scenari, a nuove configurazioni, ad un qualcosa che comunque non è più come prima ma che per bieca comodità cerchiamo di considerare uguale a prima. Come se, in preda agli effetti di qualche oppiaceo, cercassimo sempre e comunque di ricondurre tutto ad uno schema consolidato, senza alcuna capacità critica tipo zombie e/o tendenzialmente “con l’occhio della mucca che vede passare il treno”. Il problema, come abbiamo sempre detto su queste colonne da anni a questa parte, è che non bisogna guardare i mercati con lo specchietto retrovisore; ma neppure in azienda è opportuno farlo. Il passato è passato, il presente lo viviamo, mentre il futuro è ancora da costruire. Ma quando noi affrontiamo qualsivoglia situazione o problema convinti di aver già la soluzione nel taschino, forti dell’abitudine (e non dell’esperienza, che gioca un altro ruolo nelle decisioni) e del fatto che quella soluzione è sempre risultata vincente in passato … ecco che ci possiamo preparare benissimo ad una cantonata che finiremo con il prendere senza attenuanti.
La chiave di volta è una sola: dobbiamo sempre considerare che i contesti che ci circondano non rimangono inerti ed immobili per volontà divina, bensì possono cambiare anche drasticamente e repentinamente, rendendo quindi errate certe decisioni prese con troppa naturalezza proprio perché non si è capaci di estendere lo sguardo oltre gli orizzonti convenzionali. Poi è certamente vero che fare le stesse cose tendenzialmente porta ad ottenere i medesimi risultati, ma anche qui non si può viaggiare con i paraocchi perché questo vale sempre a parità delle condizioni al contorno.
Veniamo quindi al nocciolo della questione. Come ben scrive il nostro Fabio Tanevini, trader di cui ho una grandissima stima, è innegabile che i mercati abbiano recepito di buon grado la decisione della FED (e quella della BCE) di aumentare di un quarto di punto i tassi di interesse, accettando e/o recependo di fatto quanto i mercati già da settimane richiedevano come premio di rischio per l’acquisto del debito di stato. Poi, che in realtà i tassi legati agli acquisti dei titoli di stato siano aumentati forse più a causa dell’emorragia di vendite che da una reale ed effettiva richiesta di un premio superiore poco conta: sono due facce della stessa medaglia e, alla fine, quel che conta sono i numeri che vediamo. Detto, tuttavia, che le due facce della stessa medaglia rappresentano comunque due aspetti ben distinti tra loro sebbene inversamente correlati.
Ma una cosa è il mercato, ben altro sono le politiche monetarie delle banche centrali. Queste devono certamente essere indipendenti dalla politica ma, come scrissi in un precedente articolo, non possono certamente rimanere slegate dalla realtà. Ecco perché le banche centrali non possono più limitarsi ad espletare il loro compitino perseguendo la lotta all’inflazione con un occhio al mercato del lavoro. Questo, per anni, è stato il loro mandato e, seppur a volte con tempistiche opinabili e criticabili, seppur commettendo talora qualche nefandezza, lo hanno svolto in contesti più simili tra loro con metodo tutto sommato uniforme e che, nel bene o nel male, ha consentito alle economie mondiali di uscire da situazioni poco simpatiche così come di far fronte a situazioni che rischiavano di diventare esplosive. Riassumendo brevemente: l’inflazione aumenta ==> alziamo i tassi, l’inflazione diminuisce o torna sotto controllo ==> abbassiamo i tassi, la disoccupazione cala e i consumi aumentano ==> alziamo i tassi in forma preventiva, la disoccupazione aumenta e i consumi diminuiscono ==> abbassiamo i tassi in forma preventiva. Al netto quindi, come dicevo, di tempestività più o meno adeguata sulle varie scelte, nel passato questa ricetta è risultata tutto sommato vincente. Magari non ha fatto contenti tutti, però è stato un adattarsi a, un prevenire, situazioni tutto sommato ordinarie, ossia facenti riferimento a dei “tradizionali” cicli economici di espansione e di contrazione.
Oggi però le condizioni sono ormai molto diverse dal passato: i debiti pubblici sono in taluni casi quasi fuori controllo e, nelle condizioni attuali, l’inflazione non dipende certo da un eccesso di consumi come spesso si è appunto visto nelle varie fasi dell’economia mondiale. Una parte dell’inflazione che oggi dobbiamo affrontare deriva da una componente mai davvero sopita e legata alla mancanza di offerta del triste periodo covid, mentre l’altra deriva inevitabilmente da fattori esogeni a quelli tradizionali del consumo (il crash energetico). Quindi deprimere i consumi in una fase in cui non è tutto oro quello che luccica, in cui il settore industriale (europeo) – o almeno i suoi attori più consolidati e tradizionali - continua a manifestare una crisi ed un’involuzione progressiva, in cui si afferma scientemente che un rialzo dei tassi potrebbe ulteriormente aggravare un periodo che si stima non idilliaco per l’economia del prossimo 2027, in cui sembra che tutto il buono dipenda solo da realtà sfavillanti che viaggiano con multipli di quotazione anch’essi sulla carta fuori controllo e legati sostanzialmente ad un unico settore (seppur con diverse sfaccettature), detto da imprenditore non mi sembra davvero la panacea per tutti i mali. Un aumento dei tassi fatto solo “perché me lo chiede il mercato” e perché “è quello che abbiamo sempre fatto quando abbiamo visto crescere l’inflazione” è una risposta di comodo, di circostanza, non ragionata nel contesto attuale e a fronte delle cause attuali. Il mercato ha festeggiato forse perché aveva bisogno di una sorta di rassicurazione della “mamma” FED, così come il figlioletto quando riceve il contentino dalla mamma appunto. Forse perché, come ricorda Fabio, ha dovuto farlo per sopravvivenza.
Le aziende, però, che hanno bisogno di certezze, non importa se buone o cattive, non possono vedere in questa manovra un qualcosa di davvero positivo. Oggi, nelle condizioni in cui ci troviamo, le banche centrali non possono più permettersi di limitarsi a sopravvivere, perché neppure le aziende se lo possono più permettere. Quindi sì, a questo giro non era necessario sopravvivere, bensì dimostrare di poter essere coraggiosi. Coraggiosi come lo sono tanti uomini di impresa che davanti alle difficoltà non si sono limitati a tirar fuori il bigino per arrangiarsi alla bell’e meglio cercando di uscire da un’impasse di mercato, di prodotto o di modello di business in senso generale. Ma hanno saputo tirar fuori gli attributi e differenziare il proprio lavoro rispetto al passato offrendo risposte che hanno conquistato i mercati. Ricordiamoci, in tal verso, il mantra “Stay foolish, stay hungry”.
Oggi, a fronte di debiti pubblici che si fa fatica a dire a voce, non è neppure lontanamente pensabile di corrispondere tassi che paragonati a quelli di quarant’anni fa fanno sì ridere ma che invece vanno a gravare sui bilanci statali per valori cumulativi che in vil denaro rischiano di mettere le casse degli stati in rosso sparato. E allora la scelta diventa quella che ricordava il nostro direttore in un articolo di qualche settimana fa: volete gli interessi al 5% - 6% o l’esame diagnostico a primavera 2029?? Il mercato, del resto, fa il suo … e non deve essere certo una banca centrale a seguirlo in un caso come questo. Perché a fronte di tassi in aumento, non deve essere il privato cittadino / l’impresa privata a farne le spese. Quando le spese sono troppe, il cittadino o l’impresa fa delle scelte … e di solito taglia le spese superflue o quelle che comunque sono meno necessarie di altre. Allo stesso modo gli stati, a fronte di un’emorragia di bond venduti, si sarebbero verosimilmente trovati nelle condizioni di darsi una regolata nelle spese per non saltare per aria, tendenzialmente anche facendo scelte non condivise da tutti e, se vogliamo, coraggiose; ma senza andar contro gli interessi primari di imprese e cittadini che pagano le tasse e che giustamente pretendono prima di tutto idonei servizi. Detto in soldoni: se non vuoi la rivoluzione, tagli le spese che non ti puoi permettere e cerchi di contenere il debito non continuando ad emettere tranches di obbligazioni a tassi sempre crescenti che servono per finanziare guerre … tanto per fare un esempio di spese stupide. Così, invece, ancora una volta, hanno avuto il placet delle banche centrali e allora via, tutti insieme appassionatamente, a comprare ancora del debito … che tanto si guadagna più che discretamente con poco sforzo. Dimenticandosi che, almeno in zona EU, esistono quelle clausole capestro denominate “CACs” che rendono il debito un po’ meno debito, anzi: quasi un po’ credito, nel senso che il coltello dalla parte del manico non ce l’ha più il risparmiatore …
Ecco che allora quello che qualcuno ha definito “un sinonimo di chiarezza decisionale”, secondo la visione di un imprenditore rimane una soluzione di comodo e sicuramente non risolutiva. A fronte di una chiacchierata che ho avuto con cari amici, davanti alla domanda “Tu cosa avresti fatto al posto di Lagarde e Warsh?” ho risposto con una semplicità che forse ha spiazzato tutti. A mio modesto avviso bisognava (semplicemente) essere chiari e trasparenti, non farsi tirare per la giacchetta né dai venditori di bond né dall’Uncle Donald perché è così che si sarebbe dimostrata la vera neutralità. A fronte di un’inflazione che dipende da svariate situazioni geopolitiche causate dall’imbecillità di uno sproporzionato numero di persone e da scelte scellerate in merito alla sicurezza energetica dei paesi, le banche centrali non possono nulla! Non sarà un +0,25% a far cessare la guerra nel Golfo o gli attacchi dei droni sulle raffinerie medio-orientali e russe (che queste sono le vere cause dell’aumento dei carburanti, non la sola mancanza di petrolio bensì di raffinati!), non sarà un +0,25% a tranquillizzare definitivamente gli investitori obbligazionari visto che ambo i lati dell’oceano hanno affermato che probabilmente non finisce qui la storia degli aumenti dei tassi. Bisognava quindi dire che la situazione questa è e questa resta, perché meno uno si muove in contesti critici come questi, meno fa danni. Perché, ancora, non sarà uno o più ritocchi da 0,25% a far calare questa inflazione, semplicemente perché non è un’inflazione causata da consumi smodati. Invece questi aumenti vanno ad impattare decisamente sui finanziamenti che le aziende chiedono alle banche finalizzati ad investimenti che possono consentire loro una maggior competitività e sui cittadini (soprattutto sulle giovani coppie) che difficilmente si imbarcheranno a chiedere un mutuo per comprar casa e che ben difficilmente metteranno su famiglia come si deve.
Una manovra che nel mio piccolo ritengo sbagliata, che incide ulteriormente su imprese e cittadini e, conseguentemente, sull’economia tutta! Purtroppo, constato amaramente che non occorrono dei soloni, non occorrono degli scienziati … Occorrerebbero (semplicemente) persone che dimostrino il buon senso del buon padre di famiglia, occorrerebbero persone coraggiose che non si spaventino di fronte alla realtà dei fatti, che non si vergognino davanti all’impotenza causata da incapacità altrui, che – anzi – non si facciano scrupoli a denunciare le cose che non vanno bene e che devono cambiare per il bene comune. A volte ci vogliono dei sì coraggiosi e dei no fermi e risoluti: purtroppo anche questa volta abbiamo visto dei sì di comodo e dei no timidi. Ma così non si va da nessuna parte! I Giovani Imprenditori di Confindustria di cui un tempo facevo parte (ahimé, l’anagrafe avanza impietosa) avevano coniato un motto: “Miracoli no, statisti sì”. Sic et simpliciter!
Semper fidelis!
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